Non è mai troppo tardi. Il dialogo con la città avviato dal Comune di Napoli sul tema del centro storico, benché tardivo, si è rivelato non inutile. Agli incontri promossi dagli assessori Oddati e Belfiore sul cosiddetto «grande programma» ha poi fatto seguito la tavola rotonda su «Ruderi e Piano Regolatore», che ha innescato un serrato confronto tra studiosi di diversa provenienza disciplinare su una questione solo apparentemente di nicchia. Se è vero che l'entità dei ruderi da riqualificare è minima in relazione all'estensione della città storica, resta altresì innegabile che è invece ampia la problematica da affrontare. Sul piano teoretico, è prevalso l'orientamento di privilegiare l'inserimento di architetture contemporanee in armonia con i contesti storici, piuttosto che il ripristino filologico del com'era e dov'era (pur previsto dalle norme tecniche del piano). Non è una scelta scontata, anzi. Va apprezzata la chiarezza con cui il soprintendente Gizzi ha dichiarato la sua opzione per questo principio-guida, non foss'altro perché si può estendere anche agli eventuali episodi di sostituzione di edilizia postbellica «senza qualità» incuneati nei tessuti storici. D'altronde, il rispetto per i valori storici-ambientali è postulato ormai acquisito dalle pi accreditate teorie dell'architettura. Più complessa è apparsa la valutazione delle concrete ricadute operative. Sulla carta, la normativa avrebbe consentito ai proprietari di immobili in stato di ruderi di proporre progetti di ricostruzione nell'arco dei primi cinque anni dall'approvazione del piano. Sta di fatto che, su 182 casi censiti, è stato chiesto il ripristino per soli 33 ruderi il che dischiude la possibilità per il Comune di procedere all'esproprio per attuare interventi pubblici da destinare ad attrezzature collettive, a verde o spazi di socializzazione. Il lato positivo dell'occasione che questi «vuoti» offrono non può tuttavia offuscare l'altra faccia della medaglia. Lo stesso dato comprova infatti lo scarso interesse dei privati a investire nel centro storico. A cinque anni dall'approvazione del nuovo strumento urbanistico c'è da chiedersi quali sono le reali possibilità di attuare la tutela «attiva» del centro storico. Tralasciando l'avanzamento del degrado, appare evidente che le risorse pubbliche stanziate non sono sufficienti a garantire le finalità del «grande programma». Urge il varo di un «piano di gestione» atto a centrare le risorse pubbliche su punti strategicamente mirati per irradiare pi vasti processi di restauro e riqualificazione, coinvolgendo investimenti privati. Un incentivo in tal senso potrebbe derivare dalla «fiscalità di vantaggio». Nell'attesa ditale dispositivo legislativo (riservandolo se non altro all'area Unesco) potrebbe a livello locale fungere da volano un'agenzia di promozione con compiti pi estesi di quelli affidati finora a Sirena. Si tratterebbe di mettere in rete le proprietà private con la cultura progettuale e il sistema bancario, agevolandolo snellimento delle procedure di concessione e prevedendo crediti agevolati. Esperienze simili sono state collaudate con successo a Berlino e in varie altre grandi città europee. Decisivo resta pur sempre il «fattore tempo», prima che sia troppo tardi.