Abbandonate subito dopo la guerra, le case di pietra si sono ridotte in rovina. E cominciato lintervento di recupero Rinasce dopo 60 anni il borgo di Paralup rifugio dei partigiani dopo la strage di Boves Marco Revelli, presidente della Fondazione intitolata al padre Nuto: "Diventerà il villaggio della libertà" Rittana - Dopo che i tedeschi di Peiper avevano messo a ferro e a fuoco Boves, qui il 20 settembre del 1943 il gruppo di Italia Libera, con Duccio Galimberti, Dante Livio Bianco, Italo Berardengo, Dino Giacosa, Ettore Rosa, Leo Scamuzzi e gli altri, si trasferì da Madonna del Colletto per insediare il comando della banda. Nuto Revelli li avrebbe raggiunti nel febbraio del 1944. La presenza partigiana nella culla delle formazioni di Giustizia e Libertà si concentrò fino allaprile 1944. Nel dopoguerra le abitazioni di pietra di Paralup, il forno, le stalle, cessarono di vivere. Anche gli ultimi montanari e pastori che erano rimasti a fare la fame, traditi dalla nuova Italia come lo erano stati da quella vecchia, regia e fascista, scesero per sempre a valle, in pianura, emigrando nelle città e allestero. Il silenzio avvolse le baite che Nuto Revelli aveva descritto «più povere» delle isbe della Russia, con quei «quattro muri a secco, la porta così bassa che ti obbligava allinchino, una crosta di ghiaccio per tetto». Quelle baite che erano «lambiente dal quale avevano strappato i miei alpini di Russia». Il grande sonno di Paralup è durato circa sessantanni. Oltre mezzo secolo in cui le vallate povere del Cuneese, la montagna, sono state abbandonate a se stesse, scarnificate dalla miseria, dalle guerre, dalle emigrazioni. Poi grazie a Marco Revelli, alla fedeltà verso suo padre e le sue idee, le sue battaglie contro il Paese dei senza memoria, questo luogo simbolo della Resistenza, ma pure del «mondo dei vinti», ha cominciato a rinascere. È stato quando nel 2007, su iniziativa della Fondazione Revelli di Cuneo da lui presieduta, il figlio di Nuto ha dato forma e sostanza allavventura del risveglio di Paralup con lobiettivo di trasformare la ex borgata dimenticata da Dio e dagli uomini in un «villaggio della libertà» e della memoria, ritrovando le tracce del passato, del suo sapere, dei suoi paesaggi naturali e umani, non per fossilizzarli, bensì per innervarli nel presente e nel futuro. La prima mossa ha riguardato lacquisto delle vecchie baite semi diroccate dai proprietari, peraltro sparsi per il mondo. In seguito, sulla base del progetto di Daniele Regis, Valeria Cottino, Dario Castellino e Giovanni Barberis, sono stati avviati gli interventi di restauro di una decina di baite, che dovrebbero essere completati in autunno. Nel mattino di luglio, sotto un cielo che va ingrossandosi di nuvoloni verso la Francia, Marco Revelli e Antonella Tarpino mostrano lo stato dei lavori, piuttosto avanzati, e spiegano «le tecniche raffinate usate per ristrutturare le antiche pietre delle baite, rispettandone le forme e i materiali impiegati dai montanari che un tempo le costruirono». Soprattutto ci tengono a dire che il recupero di Paralup «ha coinvolto ed emozionato gli abitanti di Rittana e di questo angolo della bassa Valle Stura, oltre che attivare una rete di alleanze con associazioni, Università, intellettuali, artigiani, contadini e persino pastori: due di loro, tra cui una donna, hanno già scelto di venire a stabilirsi quassù con le loro mandrie». Il laboratorio Paralup, che verrà illustrato il 12 settembre a Rittana nel corso di un convegno, ha in cantiere ecomusei, turismo alpino, attività economiche (come il ripristino della filiera della canapa), ambiente ed energie sostenibili, seminari di studio, soggiorni per studenti e per scrittori. Tanti modi per dimostrare come si può salvare un luogo marginale sicuramente per chi ha inseguito soltanto il profitto, ma al centro invece della storia delluomo, delle sue speranze di riscatto e di umana liberazione.