Qual è la situazione dell'iifficio che presiede? «Personalmente mi è sempre piaciuta la linea dell'efficacia, efficienza ed economicità. È chiaro che gli uffici dell'amministrazione dei beni culturali sono assolutamente atipici». A tal riguardo come siete organizzati? «La soprintendenza è suddivisa in quattro aree. Esse costituiscono i quattro servii che si occupano di beni culturali e che convergono nella figura del soprintendente. Tra le difficoltà scontiamo l'organizzazione disomogenea del territorio regionale, che dipende però da fattori esterni, tenendo presente che il settore è oggettivamente complesso e delicato. Le faccio un esempio. L'Italia ha firmato il protocollo di Kioto, ciò ci obbliga a recuperare una certa percentuale di fonti alternative d'energia. Nel momento in cui montiamo le pale coliche, c'è qualcuno che protesta per motivi d'estetica. La stessa cosa succederà tra pochi mesi con i pannelli fotovoltaici nei centri storici. Ecco, su questo dobbiamo chiarirci le idee. Perché il fumo di Gela e di Priolo che non si vede non ci fa male, ed il ventilatore che si vede ci da fastidio? Questa è una delle contraddizioni che non riusciamo a risolvere, anche per alcune sedicenti organizzazioni ambientaliste che sono organizzatissime a criticare». Ma probabilmente la legislazione è lacunosa, ed è facile inserirsi tra le maglie? «Quésto è un altro problema. Si tratta d'individuare la carta giuridica del territorio e le competenze che ne derivano. Questo tipo di confusione, si risolve soltanto con i piani paesistici. Fin'ora abbiamo avuto ricorsi in cassazione ed alla corte costituzionale, ed esistono pertanto, solo le linee guida del piano territoriale paesistico regionale, che costituiscono comunque il più importante strumento di programmazione che la regione ha saputo darsi nel corso della sua storia dal '46 ad oggi». Quindi la mancanza di un piano vero e proprio, porta ad una situazione di difficoltà? «La contraddizione più rilevante è tra i beni culturali e l'urbanistica. I comuni, anche se in presenza di una diminuzione degli abitanti continuano a proporre piani regolatori ad ampliamento. Con l'unica conseguenza di svuotare d'abitanti i centri storici. Allora, dobbiamo decidere se il recupero deve perseguirsi in modo serio. In caso contrario, possiamo decidere di costruire villini nelle zone d'espansione e probabilmente arriveranno gli stranieri che acquisteranno i centri storici, i casali, i casolali». Mi parli della sua provincia, Enna. Com'è la situazione, sta nella media delle altre province oppure ha delle particolari situazioni ed esigenze? «Enna è un'anomalia storica. Si trova, infatti, al centro geografico della Sicilia, ma a questo non corrisponde alcuna funzione di carattere centrale. C'è l'esperienza del consorzio universitario che è interessantissima, ma dovrà verificarsi in termini di sviluppo. Si fa strada la possibilità di un'università privata, che romperebbe quel sistema che ha, di fatto provincializzato l'università italiana. Enna è un gran serbatoio di beni culturali, è una miniera a cielo aperto». Ma voi non avete gli strumenti per contrastare validamente questa situazione? «Il discorso è più ampio di quel che sembra. Si dovrebbero fare le proporzioni, tra i custodi esistenti e le visite annue dei visitatori. Avremo a breve l'esperimento del serviio civile nazionale per l'utilizzo di giovani custodi. Questo agevolerà anche il controllo». E la villa del Casale? «La villa rappresenta il più importante monumento della romanità in Italia, esclusa Roma, subirà dei lavori grazie ai 36 miliardi reperiti nell'ambito del Por. Stiamo inoltre esplorando ed allargando tre ampie zone, al Casale, a Morgantina e a Montagna di Maro. A Centuripe c'è un museo che raccoglie l'80 per cento della romanità siciliana. Ci sono grandi artigiani che si sono consorziati e operano nel campo del cosiddetto "falso autentico". Enna inoltre ha la più grande collezione di castelli di tutto il Mediterraneo. È questo un capitale che dobbiamo far fruttare». Passiamo adesso all'organizzazione. A che punto siete con l'informatizzazione? «Siamo informatizzati ed ogni ufficio ha la sua rete. Manca una rete siciliana, che dovrebbe partire a giugno o luglio, elezioni permettendo». Ed il personale? «Siamo in 120. Personale preparato e ben attrezzato. Deve tener presente .che il carico di lavoro che arriva dalla provincia, è privo della problematica tipica delle zone costiere, e quindi delle sanatorie e tutto ciò che ne segue».
Bisogna individuare la carta giuridica del Territorio
L'ufficio che presiede discute della situazione dell'amministrazione dei beni culturali. La soprintendenza è suddivisa in quattro aree e si occupa di beni culturali. La difficoltà è l'organizzazione disomogenea del territorio regionale, che dipende da fattori esterni. L'autore critica le organizzazioni ambientaliste che criticano senza avere una visione chiara. La legislazione è lacunosa e si tratta di individuare la carta giuridica del territorio e le competenze che ne derivano. La contraddizione più rilevante è tra i beni culturali e l'urbanistica.
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