Decida il lettore se inglobare nel fondale anche Casoria e qualche ipotetico papi. Conosciamo: la metamorfosi quasi soprannaturale di una epidermide femminile che, allavvio di una tenzone amorosa, diventa ripugnante; un collezionista di oggetti darte che, barricato nella sua casa, si sente «come larchitetto del faraone che gli costruiva la tomba con i suoi tesori, ed era destinato a essere seppellito con lui»: un malavitoso che starebbe per redimersi, ma che, ripetendo quasi una maledizione familiare, viene ucciso da una donna gelosa; un vecchio carcerato che testimonia sul Risanamento cittadino, dopo il colera del 1884; un amore tra una gentildonna e un avventuriero, ma, appena lei tronca il legame degradante, viene ammazzata in circostanze dubbie; linutile seduzione di un antiquario che alle donne moderne preferisce le cose antiche. Ho accennato ai contenuti, senza riassumerli, ma già così è palese che Donatone maneggia materiali che spaziano tra passione amorosa e quella per la roba, tra i bassifondi e i quartieri alti, tra il rispetto per la storia e il piccone che sventra per ricostruire dozzinalmente. Emerge il perdurante doppio volto di Napoli, che, a differenza di altre metropoli (dove losmosi tra le classi sociali ha originato un eguale tessuto urbano), tiene fermo il distacco visibile tra le dimore dei ricchi e dei pezzenti, dei signori e dei cafoni. Donatone ha pagine molto belle, vorrei segnalare, tra tante altre, quelle che rievocano lepidemia del colera e il Risanamento, definito da Ferdinando Russo «'O sventramento»: quartieri degradati, senza acqua e senza fognature, con i liquami che vanno a contaminare cibo e bevande, ossia i rioni Porto, Pendino, Mercato e Vicaria, vengono demoliti non per costruire alloggi popolari a uso degli sfrattati, bensì per liberare le aree necessarie alla nuova edilizia residenziale. Il Rettifilo, alias Corso Umberto I, è voluto lungo e largo per facilitare la repressione di eventuali sommosse (lattenzione da Napoli riservata al re non gli porta fortuna: Umberto I finisce assassinato da un anarchico). Donatone non ha un gran concetto dellintellighenzia napoletana (incluso Benedetto Croce), e in proposito cita il normanno Roberto il Guiscardo: «Homines caccarelli ed merdacoli parvique valoris». Posso consentire, però temo che gli «Homines caccarelli et merdacoli» abitino in tutta Italia oltre che a Napoli. Il terzo e il quarto racconto della silloge ("Parabolico" e "Come luccello in gabbia-il Maestro" svoltano verso la narrazione di intenti storici, sociali, politici, ma questa conclusione è manchevole, sia perché smentita dagli altri testi, sia perché (come accennavo) Napoli è personaggio, anzi protagonista del libro, non più o non solo sfondo colorito e vociante. Napoli unifica le storie di Donatone, ne è il denominatore comune, non però come il mondo di straccioni al quale ci ha avvezzato il vecchio cinema neorealista, semmai come un enigma da svelare e che sembra offrire subito la soluzione, mentre invece la chiave del mistero resiste alla investigazione di ogni tenace Sherlock Holmes. Se non temessi di andare sopra le righe, azzarderei che il mistero di Napoli non va cercato nella testimonianza di Mastriani: probabilmente è nella vita stessa, nel dissidio nascere - morire e nella convulsa ricerca di una strada che guidi verso leternità. Donatone ha grande attenzione per le cose, specie se belle e preziose, e certo gli oggetti hanno probabilità di durare molto più a lungo di noi, comuni mortali. Forse la Napoli di Donatone è un luogo anzitutto di cose, mentre ciò che agita i suoi abitanti, dal Pallonetto ma pure da via Petrarca, è contingente, transeunte, presto o tardi condannato alloblio. Non a caso il nostro rammenta che, per i francesi, lorgasmo è «una piccola morte» e che a questo mondo scatta sempre la regola inconscia «della distruzione di ciò che non puoi avere». Il racconto più eloquente è il secondo, "Larchitetto del faraone", dove seppellirsi da vivi nel chiuso di una casa, tra arredi, quadri e soprammobili degni di un museo, diventa lunico possibile modo di esistere. Forse lintuizione più originale del libro (tutto molto intelligente e godibile) è la pietrificazione cimiteriale di una metropoli, normalmente identificata con il movimento, i colori, lo strepito, lallegria. Insomma - andando più in là nel cogliere i due volti consacrati dalla tradizione, quello miserabile e quello sontuoso - il "De profundis" prevale largamente su " 'E spingule francese". Con buona pace di Scarpetta non contendono miseria e nobiltà: si fronteggiano, come in nessuna altra parte di questa terra, la quotidianità, con i suoi bisogni animaleschi, e la voglia di immenso, di infinito. Donatone ha raccontato la Napoli che cerca lintrovabile - quanto dire una Napoli malinconicamente immobile, come fosse nata già morta, in attesa di un assoluto che, prima di farsi raggiungere, quasi sempre svanisce.
NAPOLI - le architetture di Donatone
Il libro "Donatone" di Donatello è una raccolta di racconti che esplorano la Napoli del passato, mostrando la città come un luogo di contraddizioni e di dualità. I racconti trattano temi come l'amore, la passione, la storia, la politica e la società, e presentano una Napoli che è al tempo stesso miserabile e sontuosa. Il libro è caratterizzato da una grande attenzione per i dettagli e per le cose belle e preziose, e presenta una Napoli che è un luogo di cose, dove la vita è contingente e transeunte. I racconti sono stati scritti in uno stile intelligente e godibile, e presentano una Napoli che è un enigma da svelare, ma che sembra offrire subito la soluzione.
Artista / Persona
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