Lo Stato vorrebbe coartare le autonomie locali ma non formula principi nazionali condivisi Il governo del territorio vive di sfide. Primo esempio. Il Consiglio di Stato (sentenza 1 luglio 2009 su Monticchiello) ridimensiona in radice le marmoree convinzioni di chi ritiene il paesaggio una sommatoria di valori assoluti da sottrarre al divenire dei processi sociali ed economici. A dimostrazione, per altro, che la via del «vincolo ministeriale», quando vuole rimuovere il confronto politico e delegittimare pregiudizialmente chi governa il territorio, si espone alle durezze del diritto: cè sempre un magistrato che non si fa suggestionare dai titoli dei media. Secondo esempio: il consumo di suolo. Il Politecnico di Milano ha lanciato lallarme. Il problema è evidente ma i dati permangono inattendibili. La mancanza di una seria convenzione metodologica che connetta concetti, criteri, unità di misura rende il consumo di suolo uno scoop da pagine culturali ma non un parametro di governo. Terzo esempio. Il Cresme, losservatorio più importante in Italia sulledilizia, ci dice che tra il 2004 e il 2007 è stato scambiato tra venditori e acquirenti circa il 30 del patrimonio edilizio residenziale italiano. Una cifra enorme, inferiore solo alla Spagna. Che testimonia a) la crucialità del patrimonio delle famiglie italiane e dei loro orientamenti sulle dinamiche della crisi, e b) il raccordo strutturale tra finanza e edilizia. Di qui il bisogno di una cultura di governo che non sia mera tecnica urbanistica, ma politica economica e sociale di lungo periodo per una nuova «costituzione materiale» della città e del paesaggio. Terzo esempio: il Piano casa del governo Berlusconi. Diverse regioni, prima fra tutte la Toscana, hanno voluto prendere sul serio gli intenti dellesecutivo. Ad oggi restano deluse. Nessuna semplificazione di leggi statali ha trovato una qualche accoglienza nella Gazzetta Ufficiale in nome e per conto della crisi economica. E uno Stato centrale che vorrebbe coartare le autonomie locali ma che non formula principi e disegni nazionali condivisi. Ebbene, in un simile quadro, ha fatto bene lIstituto nazionale di urbanistica (Inu) a riunire a Firenze le regioni per proporre una delle riforme più urgenti: una legge generale che consenta a chi legifera nelle regioni e a chi amministra le nostre città di usare con profitto tre parole chiave: tempo, progetto, gestione. Tempo: la formazione delle decisioni sul "se" e sul "come" innovare e curare il valore delle risorse territoriali è troppo complicata per essere capace di intercettare e di orientare le dinamiche spontanee che investono le nostre città e i nostri paesaggi. E se servono piani che esprimano il primato pubblico del governo politico, è anche vero quanto ci insegna la giustizia italiana: qualunque sentenza è ingiusta se tardiva. Progetto: perché abbiamo, specie in Toscana, un territorio ricco di piani e di regole ma che devono oggi alimentare coraggiosi investimenti innovativi nei quali, come prescrive il Piano paesaggistico della Toscana, la qualità del paesaggio sia il promotore preventivo e non la conseguenza eventuale dello sviluppo. Gestione, perché la migliore pianificazione urbanistica «crolla» di fronte alla routine del giorno per giorno che non ne esprima i valori. E un nodo tanto organizzativo quanto culturale e che investe imprenditoria e amministrazioni. Ma è questione anche legata a inadempienze del legislatore nazionale. Può darsi che, per lennesima volta, i generosi discepoli di Adriano Olivetti (che lInu raccoglie) stiano lavorando invano. Ma chiunque abbia responsabilità di governo non può non prenderli sul serio.
Una nuova "costituzione materiale" del paesaggio. Per il paesaggio tre parole chiave
Il governo italiano vorrebbe limitare le autonomie locali, ma non ha una visione nazionale condivisa. Questo è evidente nelle diverse sfide che affronta il governo del territorio. Il Consiglio di Stato ha ridimensionato le marmoree convinzioni di chi ritiene il paesaggio una sommatoria di valori assoluti. Il consumo di suolo è un problema evidente, ma i dati non sono attendibili a causa della mancanza di una seria convenzione metodologica. Il Cresme ha rilevato che tra il 2004 e il 2007 è stato scambiato circa il 30 del patrimonio edilizio residenziale italiano. Il Piano casa del governo Berlusconi non ha trovato una accoglienza nella Gazzetta Ufficiale.
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