La Fondazione cultura di Palazzo Ducale ha chiuso un anno di attività registrando, oltre al successo della mostra di De André (che, da sola, ha superato i 140.000 visitatori), 43000 presenze ai vari tipi di incontri culturali (conferenze, cicli di lezioni, laboratori). È un numero importante, di cui il Presidente Borzani è giustamente soddisfatto: anche calcolando che non si tratta di 43000 persone diverse, essendo più che probabile che una stessa persona abbia partecipato a più iniziative, siamo di fronte a una cifra ragguardevole, che attesta una domanda di informazione, di formazione e in generale di cultura che non disdegna neppure le formule scolastiche e tradizionali della lezione o della presentazione di un libro e di un autore. Buon segno, anche perché non tutte le volte cera un Hans Kung o un Amos Oz o un Serge Latouche a fare da richiamo con la propria notorietà ed è quindi da supporre un genuino interesse della gente per i temi proposti. Ma, per quanto i risultati raggiunti siano più che buoni, non ci si può accontentare. Il pubblico del sapere non può continuare ad essere sempre lo stesso (insegnanti, pensionati colti, intellettuali ecc.) e deve allargarsi sia in direzione generazionale sia in direzione sociale. Cè una grossa parte di città che forse non sa neppure quello che offre la cultura delle istituzioni genovesi, e che, se lo sa, non è interessata ai temi proposti o alle forme con cui lo sono. Più che dal luogo (soprattutto il Ducale e i grandi palazzi e piazze del centro), credo che molti siano tenuti lontani dal taglio sempre fortemente umanistico e teoretico delle iniziative, mentre per tante persone urgono oggi problemi e bisogni diversi, non meno teoreticamente complessi di quelli tradizionali, ma anche più concreti e immediati. Anche a lasciar fuori lemergenza civile e politica che aveva spinto don Balletto ad ideare, poco prima di morire, il fortunato ciclo delle Parole per la città, e che suggerisce di tenere sempre viva una forma di educazione civica popolare, si pensi (tanto per fare due esempi) allurgenza delle grandi tematiche mediche del nostro tempo o ai problemi dellambiente: non dovrebbero trovare largo e stabile posto nei programmi culturali, anche al di là dellepisodio eccezionale e atipico del festival della scienza? Siamo una società di vecchi e in cui si invecchia anche quando le condizioni di salute non sono perfette e si è afflitti da dolorose malattie croniche. Il problema medico non è più solo quello di non morire, ma di come sopravvivere. Perché non sentire allora i pochi e pionieristici medici che praticano cure palliative e leniscono il dolore, proponendo una medicina che considera, più che unimpossibile guarigione, la concreta qualità della vita dei malati? Si parla tanto di paesaggio e ambiente a rischio, ci sono spiagge che scompaiono, frane, periodici disastri: perché non rendere noti gli strumenti che geologi e geografi hanno messo a punto per la conoscenza e il miglior uso del territorio e delle coste? Il mondo della scienza applicata alla vita quotidiana è un universo da studiare e far scoprire, a sua volta capace di catturare nuove attenzioni e attirare nuovi ascoltatori, e pone tutta una serie di problemi di tipo etico filosofico (la vita, la morte, lo spazio privato e la comunicazione...), che solo la collaborazione tra le due culture (umanistica e scientifica) può provare a risolvere. Sinora queste tematiche sono state o troppo marginali o affrontate solo nei discorsi dei dopopranzi sonnacchiosi dei Rotary o nelle un po deprimenti lezioni della terza età. È ora di metterle, insieme con quelle più tradizionali e sempre necessarie, al centro della principale attività culturale cittadina.