L'architetto giapponese, alla sua quarta opera in Italia, ha interpretato al meglio l'immagine «fluida» di Venezia nel ristrutturare il museo di Pinault: pochi segni incisi nel vetro e cemento armato e una sequenza di spazi che invitano a una dinamica veduta della città Quando Le Corbusier, nel 1964, fu incaricato di progettare il nuovo ospedale di Venezia, durante la prima visita disegnò, con pochi tratti, lo skyline della città vista da lontano, con il suo profilo orizzontale e le sue poche ma nette emergenze, e poi disse: «In questa città bisognerebbe costruire senza costruire». La straordinaria forza iconica di Venezia, unita a quel senso di fragile e cristallina perfezione, per cui nulla sembra poter essere eliminato o aggiunto, ispirò, in uno degli architetti più geniali della modernità, un atteggiamento cauto, rispettoso, quasi reverenziale. Ciò che andava trovata era la giusta misura, i limiti oltre i quali il segno architettonico, in contesti urbani straordinari e unici come Venezia, può diventare un'estraneità gratuita, se non addirittura una ferita fine a se stessa. Ciò, naturalmente, non impedì a Le Corbusier di concepire un progetto sorprendente e originale, l'ultimo della sua carriera che, anche per questo, non venne realizzato. «Costruire senza costruire» non è, evidentemente, possibile, ma «costruire senza tempo», cioè, tenendosi il più possibile lontani dal rumore del presente, è un'aspirazione più che legittima, quando si ha a che fare con contesti storici. Forse è con questa intenzione che il collezionista francese François Pinault ha deciso di rivolgersi all'architetto giapponese Tadao Ando, già incaricato nel 2005 del restauro di palazzo Grassi, e di affidargli il progetto per il recupero e la rifunzionalizzazione del complesso architettonico di Punta della Dogana. Ando, alla sua quarta opera in Italia, è indubbiamente uno dei pochi architetti, oggi operanti, che mettono al centro del proprio pensiero architettonico la comprensione del luogo, senza fare compromessi o perdere la propria identità di progettista; uno dei pochi a lavorare «con» il contesto, in totale sinergia con esso, piuttosto che semplicemente «nel» contesto. Solo così si può costruire senza tempo, in modo che i segni della modernità non siano portatrici di fratture e di distinzioni, ma possano inserirsi, convivere e dialogare con il passato, magari, come nel caso di Punta della Dogana, contribuendo a far rinascere uno spazio dimenticato e avviato verso un processo di progressivo degrado che ne stava per compromettere definitivamente la sua possibile utilizzazione. L'operazione di recupero della vecchia dogana di Venezia per le merci provenienti dal mare - attiva fin dal 1525 e successivamente riedificata e rimaneggiata più volte - è durata appena 14 mesi, un tempo sorprendentemente rapido, anche in considerazione dello stato di generale degrado e della intuibile difficoltà del cantiere. L'edificio ha una struttura semplice e razionale, la sua forma, perfettamente triangolare, deriva direttamente da quella del vertice dell'isola di Dorsoduro che termina, verso est, con una vera e propria prua spartiacque. All'interno lo spazio è suddiviso in una sequenza di navate parallele, via via sempre più corte, separate da muri e coperte da capriate. Il valore dell'edificio, però, non sta tanto nella sua qualità architettonica, quanto piuttosto nella sua straordinaria posizione. Collocato alla confluenza tra il Canale della Giudecca e il Canal Grande, Punta della Dogana si confronta con i maggiori monumenti di Venezia: con piazza San Marco, con San Giorgio Maggiore, con il Redentore e con la chiesa della Salute, posta subito alle sue spalle. La scena è ricchissima e il gioco di rimandi visivi è unico al mondo. Tutto ciò deve aver colpito anche Tadao Ando, le cui scelte progettuali, al di là dei vincoli comunque attivi sull'edificio, hanno inteso creare le condizioni per cui la scena urbana e architettonica ora descritta potesse tornasse ad essere viva e attiva. Il progetto di Ando è semplicissimo, poche scelte, condotte con lucida determinazione. In primo luogo il ripristino della forma originaria dell'edificio, rimuovendo tutto ciò che si era accumulato durante la sua lunga esistenza e i molteplici cambi di destinazione. Tutte le superfetazioni, le aggiunte, le partizioni realizzate nel tempo sono state eliminate. In un processo di sottrazione e «depurazione» dal superfluo, l'edificio viene liberato dal peso dell'uso, stratificatosi nel tempo, e restaurato puntualmente là dove il tempo lo aveva consumato. All'interno di una struttura riportata allo stato originario, Ando inserisce pochi nuovi segni; in alcune parti viene previsto un secondo livello, raggiungibile con scale in cemento armato e vetro, in altre gli ambienti vengono lasciati a tutt'altezza, in modo da apprezzare la spazialità complessiva e la splendida copertura a capriate. Tutti gli impianti vengono concentrati e nascosti di parallelepipedi verticali che attraversano lo spazio fino alla copertura. Il percorso espositivo si sviluppa su due piani, in una sequenza di spazi separati, ma anche fluidi. Il visitatore è attratto, di volta in volta, dalla spazialità interna allungata delle sale espositive e dalla scena urbana esterna, che viene «proiettata» all'interno attraverso la serie di finestre, completamente ridisegnate da Ando, presenti sulle pareti terminali delle sale. È questa, forse, la cosa più sorprendente, il continuo alternarsi della tridimensionalità degli spazi e della bidimensionalità dei frammenti di Venezia, incorniciati nelle finestre. Accanto alla ricchissima collezione di opere d'arte di François Pinault prende, così, vita una sorprendente pinacoteca, costituita da una sequenza di vedute della città, dinamiche e cangianti. Più o meno nel centro geometrico dell'edificio, là dove già esisteva in origine una discontinuità della struttura, Ando inserisce la propria firma: uno spazio cubico a tutt'altezza, delimitato da setti in cemento armato faccia vista. È il luogo dove tutti i percorsi convergono, si avvolgono, precipitano. Un luogo ambiguo, il più raccolto e interno dell'edificio, ma anche, paradossalmente, un nuovo esterno, illuminato dall'alto, dove ci si può affacciare attraverso vere e proprie finestre poste al primo piano. Dopo lo spettacolo della città, lo spettacolo dell'architettura, accompagnato dalla sempre sorprendente levigatezza del cemento armato di Ando. «Non credo che l'architettura debba comunicare in maniera eccessiva egli scrive in uno dei suoi numerosi scritti -, è preferibile che si mantenga silenziosa, consentendo alla natura attraverso manifestazioni quali il vento o la luce del sole di parlare in sua vece». La prerogativa di Ando è quella di progettare spazi architettonici assoluti e muti. È il silenzio dell'architettura ciò che permette di amplificare l'esperienza dell'architettura, di sentire lo spazio che circonda l'uomo, in tutta la sua particolarità e bellezza.
il manifesto
7 Luglio 2009
Punta della Dogana tempio zen di Ando
LO
Lorenzo Dall'Olio
il manifesto
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Bene culturale
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