Oggi gli operatori si ritrovano al "BarCamp" nel Salone dei Cinquecento Da anni assistiamo al dibattito sulla contemporaneità, sulla necessità di affiancare allimmenso patrimonio storico della nostra città una nuova stagione di produzione culturale. Oggi, durante il BarCamp di Palazzo Vecchio, avremo unaltra importante occasione per farlo. La contemporaneità si nutre delle condizioni concrete della vita e dello sviluppo quotidiano della città. Uno degli elementi fondanti di questa nostra condizione è la centralità del consumo nellimmaginare, ancor prima che nello svolgere, qualsiasi disegno di sviluppo della città e delle sue attività. Mi spiego: da una parte i finanziamenti sono destinati ad interventi "spot" che garantiscano il massimo della visibilità alle Istituzioni che li promuovono, con scarso interesse ai sedimenti che questi eventi producono, dallaltra lunica forma autosufficiente di produzione culturale sembra sia quella legata a doppio filo con il consumo, sia esso di alcolici, di tempo libero o di relazioni. Intendiamoci, niente di male: se una barista vuole promuovere cultura ed espressioni della contemporaneità non fa che aiutare la crescita e lo sviluppo della sua città, il problema sorge nel momento in cui anche le strutture deputate alla romozione culturale e alla sperimentazione non possono fare a meno dellalcool per far quadrare i conti. Peggio ancora se questi spazi vengono affidati direttamente a dei baristi. Laltro versante della questione, forse ancora più scomodo, è quello della sicurezza e della repressione dei conflitti legati allemergere e al manifestarsi di alcuni fenomeni di contemporaneità, per definizione «scomodi» rispetto allo status quo. Un pensatore contemporaneo come Richard Florida mette la tolleranza fra le tre chiavi di sviluppo della città e delleconomia creativa. Risulta evidente, infatti, che se la politica si preoccupa soprattutto di non lasciar vivere situazioni scomode e di inseguire strategie securitarie, molto difficilmente i germi della contemporaneità potranno attecchire sul nostro tessuto urbano. Lavare le piazze a mezzanotte, il limite acustico a 65 db, lo sgombero degli spazi autogestiti, la caccia ai writers pagano bene sulle cronache di molti giornali locali, ma sicuramente non aiutano la crescita di esperienze che sarebbero capaci di fornire autonomamente le risposte ai conflitti che generano. Solo lasciando che le nuove istanze trovino autonomamente spazi e risorse per inserirsi nel contesto in cui crescono si potranno produrre risposte vere e di lunga durata allesigenza di rinnovamento che la nostra città esprime. Mi permetto di avanzare alcune proposte specifiche: a) Gli spazi deputati alla promozione e alla sperimentazione culturale non dovrebbero essere appaltati a questo o a quelloperatore, ma dovrebbero essere gestiti secondo lo schema del link, felicemente proposto per la discussione del Barcamp a Palazzo Vecchio: «In rete è sicuramente meglio essere alleati che nemici, sulla base dellassunto che delle relazioni collaborative di un nodo beneficiano gli altri nodi rafforzando interi segmenti della rete». b) Creare strutture appositamente costruite per eventi e produzioni (tipo Viper club), dislocate in aree urbane in cui non creano disagio, ma che siano facilmente raggiungibili dalla comunità di riferimento. c) Individuare meccanismi di gestione e di affidamento degli spazi e dei finanziamenti basati sui progetti e sui risultati, anche attraverso un sistema di «rating» delle iniziative. Lautore fa parte dellAssociazione culturale Switch - creative social network
TOSCANA - Nuovi spazi e nuove idee per il contemporaneo
Oggi al BarCamp di Palazzo Vecchio si discute sulla contemporaneità e sulla necessità di affiancare il patrimonio storico della città a una nuova stagione di produzione culturale. La contemporaneità si nutre delle condizioni concrete della vita quotidiana della città. Uno degli elementi fondanti è la centralità del consumo nellimmaginare e nello svolgere qualsiasi disegno di sviluppo della città. I finanziamenti sono spesso destinati ad interventi "spot" con scarso interesse ai sedimenti prodotti. La produzione culturale sembra legata a doppio filo con il consumo, sia esso di alcolici, di tempo libero o di relazioni.
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