Firenze con la contemporaneità ha sempre avuto un conto in sospeso, basta vedere lincapacità storica di far decollare un museo di arte contemporanea degno di questo nome (ma perché non aggiungere, fra le tante altre citabili, quella di valorizzare i writers?), e però anche questo appare ormai come un traguardo superato, da vecchia cultura. Stare nella contemporaneità non è più soltanto questione dellennesimo museo dedicato a un segmento culturale, né di valorizzare 'trasgressioni dipendenti dalla cultura che contestano, ma, anche da parte delle istituzioni, di una 'dislocazione incessante dello sguardo rispetto alla fissità dei punti di riferimento tradizionali. Non è più lofferta di un qualche contenuto 'culturale da parte di un Comune o di un Ente Mostre, ma la partecipazione crescente allutilizzo di strumenti di lettura di un reale sempre più interconnesso (arte, moda, pubblicità, architettura urbana, ecc.), e rispetto a cui nessun modello interpretativo avanza più pretese di compiutezza. Dipende, piuttosto, dalla formazione diffusa di competenze metodologiche, dallattitudine alle relazioni, al confronto critico, allo scambio, dalla capacità di percepire la propria identità come risultato di un processo, di uno spostamento continuo di frontiere. E che cosa, più del web, crea, contiene e rappresenta tutto questo? a pretesa berlusconiana di insegnare 'Internet come fosse una materia scolastica, mentre è già il linguaggio natale delle nuove generazioni, la matrice dei loro modelli cognitivi, ha già mostrato la sua intima arretratezza. Tutto è già oltre, 'fuori dalle sedi istituzionali, scuole, Comuni, musei. E perciò lidea del nuovo assessore alla cultura Giuliano Da Empoli di mettere al bando consultazioni e sondaggi e chiamare a raccolta chiunque abbia qualcosa da proporre durante il barcamp di sabato prossimo (termine preso dal metodo di formazione cooperativa, in rete, usato dagli sviluppatori di software), sembra davvero un atto di riparazione del debito di Firenze verso la contemporaneità, il tentativo di 'far uscire da sé listituzione per metterla là dove le cose avvengono e si modificano continuamente, cioè dentro la città, fisica, ma anche dei blog, dei siti, dei social network. Con grossi rischi, come accade a tutti i gesti davvero innovativi: quello di non essere capito da una città abituata alla routine, dalla piccolegrandi rendite di posizione di ciò che si pretende contemporaneo solo perché avviene oggi, e non perché ha qualcosa da dire alloggi. Oppure di far emergere il bizzarro, il trasgressivo pur che sia, la piccola creatività di nicchia o folkloristica, buona per il turismo di massa. Cioè un materiale culturale ben inferiore a quello che potrebbe aspirare a costituire un nuovo orizzonte umanistico per Firenze: adatto alluomo di oggi, per lappunto, con il suo nuovo modo di muoversi, di apprendere, di esprimersi, e di creare. Navigatore per definizione, ma anche esposto più che mai al disorientamento. Perciò, la grande sfida del barcamp (che Da Empoli vede come metodo stabile di individuazione di argomenti chiave) diventa il 'dopo barcamp, lofferta di un percorso culturale in cui città e istituzione continuino a parlarsi in tempo reale, ma in cui listituzione, perché la contemporaneità trovi stabile cittadinanza a Firenze, sappia offrire le occasioni giuste ai soggetti giusti. Non contenuti chiusi, ma stimoli. Una strategia attraversata dalla realtà. Che qualcuno si ostina a chiamare politica.