«Tra dieci giorni, il Primo Ministro neozelandese riporterà un calice d'argento, che durante la guerra, un soldato del suo Paese aveva preso dall'Abbazia come souvenir . In modo analogo, sono tornati frammenti del coro ligneo, e anche un pastorale in argento, che il Nunzio in Sud Africa, tre anni fa, ha fatto pervenire in Vaticano», dice l'abate Bernardo D'Onofrio, che, proprio oggi, il cardinale Giovan Battista Re ordinerà vescovo. L'abate mostra un Messale - turchesi, ori e smalti - dono di Papa Urbano VIII Barberini: «Preso dai francesi, che nel 1795, per riscaldarsi, bruciavano le pergamene, e ritrovato anni fa da un antiquario a Londra»; racconta di «bozzetti di De Mura finiti a Bologna, nella collezione Molinari-Pradelli; altri a Saragozza; una pala d'altare di Granacci è da un antiquario di New York; negli Usa, ci sono almeno venti puttini del coro». L'abbazia del 529, voluta da San Benedetto che vi riposa accanto alla sorella Scolastica, s'unisce, a modo suo, alle celebrazioni per i 60 anni da una delle più famose e terribili battaglie dell'ultima guerra in Italia. Lo fa esponendo preziosissimi paramenti sacri, dal XV al XIX secolo, che si sono salvati dalla furia delle bombe: tesori di sete e broccati, d'oro e argento, con qualche arredo sacro e stupendi dipinti. Ma desta qualche preoccupazione, specie in chi non sia provvisto di un cognome particolarmente ariano, arrivare all'abbazia, ed essere accolto da due persone in divisa di sottufficiali della Wermacht: «Un gruppo storico, che qui celebrerà la "settimana della riconciliazione" e sfilerà in città con i veicoli militari del tempo», dice il sindaco, Bruno Scittarelli. E l'abate spiega che «forse solo qui, ma i militari tedeschi, e non le SS, si sono comportati assai bene; e purtroppo noi dobbiamo invece agli alleati tutte le distruzioni subite». Sessant'anni fa: il 10 settembre '43, le prime bombe su Cassino, dove passava la Linea Gustav ; il 15 febbraio '43, da 147 fortezze volanti Usa e da altri 87 aerei, 453 tonnellate d'ordigni sull'abbazia; un mese dopo, altre 2.500 sulla città, e 20 mila granate sul colle del convento: «Ancora oggi, dopo cinque bonifiche, durante gli incendi estivi, esplode qualcosa», dice l'abate. I tedeschi paracadutano 80 "diavoli verdi"; con 40 della Wermacht, resistono, lassù in cima, fino al 18 maggio, quando i polacchi del generale Anders, 700 morti solo quel giorno, li espugnano: «giorni fa, è venuto un tale di 82 anni, che per primo aveva issato la bandiera polacca». E i tesori di un'abbazia tra le più ricche? «In salvo, in Vaticano. Due tedeschi ci avevano preavvertito, ed avevano anche organizzato l'imballaggio; il trasferimento dei 23 convogli fino a Roma; la consegna dei beni allo Stato. Poi, ricoverati in Vaticano. Tutti credevano che l'abbazia non sarebbe stata colpita: così, in quelle casse c'erano anche il tesoro di San Gennaro; le monete di Siracusa; parte dei dipinti di Capodimonte. Al colonnello tedesco che mise in preallarme i frati, dapprima scettici fino al punto che con ogni convoglio c'era uno di loro, abbiamo dedicato una statua a Vienna. E' tornato anche qui: si chiamava Giulio Schlegel», spiega sempre l'abate. La volta di Luca Giordano era ormai perduta; intatta la tomba del Santo: «Una bomba d'aereo accanto, ma fortunatamente non scoppiata; è nella mia stanza»; tanti tesori distrutti. «Ora mostriamo ciò che si è salvato, a cominciare dagli stupendi paramenti sacri: 80 pezzi preziosi; l'allestimento prevede anche come una processione per esibirli al pubblico», dice la curatrice, Roberta Orsi Landini. Velluti, damaschi, broccati da ogni parte del mondo, da ogni manifattura, tra il Quattro e l'Ottocento, accanto a tavole, miniature, dipinti, e ai manoscritti: qui, del resto, si conserva il primo testo in italiano volgare, « Sao ko kelle terre ... ». A Montecassino è festa grande: l'abate diventa vescovo; i pellegrini accorrono numerosi; il museo è riordinato; la mostra celebra un salvataggio che ha del miracoloso. E si passa tra i doni di Luigi Einaudi, Ciampi, Umberto II, del rabbino emerito di Roma Elio Toaff; ma anche di Roberto il Guiscardo, attorno al Mille. «Qui ha combattuto anche il nonno dell'attuale Re di Giordania», dice l'abate; ora, i monaci sono 25, tutti italiani; ogni giorno vanno nella curiosa cripta preraffaellita e art nouveau di fine '800; ogni sera salmodiano le loro preghiere. «Qui è pace; ma il mondo non ne ha ancora capito il valore; quante terribili guerre», dice l'abate, «e noi sappiamo fin troppo bene cosa significano. Venga a vedere quello che si è salvato, ne vale davvero la pena».