Le lettere della Soprintendenza sulla mancanza delle autorizzazioni inviate anche al pm Buccini Chi ha continuato a costruire senza permessi potrebbe incorrere nel reato di abuso edilizio La battaglia sulle torri di Jesolo rischia di passare dai tribunali amministrativi alla giustizia penale. La sentenza del Tar che nei giorni scorsi ha dato ragione alla Soprintendenza ai beni architettonici e culturali contro il Comune di Jesolo e i privati della società «Terramare» che avrebbero dovuto costruire tre torri da oltre 21 piani nell'area dove giaceva l'omonimo hotel potrebbe infatti consentire l'apertura di un fronte anche presso la procura della Repubblica di Venezia. Il pm Stefano Buccini, magistrato che si occupa tra le altre cose di abusi edilizi, è infatti stato informato per conoscenza delle tre lettere inviate dalla Soprintendenza a Comune e privati nei mesi scorsi sulla questione: la prima, che aveva intimato la trasmissione dei progetti delle torri, era datata 29 settembre 2008, mentre poi il 29 dicembre e il 14 gennaio era stata ordinata l'inibizione dei lavori. Ora che il Tar ha decretato che Palazzo Ducale ha ragione e che i progetti avrebbero dovuto passare sui suoi tavoli, per analogia con il caso Terramare tutti i privati che dovessero proseguire i lavori alle torri in assenza di autorizzazione della Soprintendenza potrebbe trovarsi indagati per abuso edilizio. Non sarebbe più valida infatti la «buona fede» dell'imprenditore, basato su un legittimo permesso a costruire rilasciato dal Comune. Per ora non c'è alcun fascicolo aperto, ovviamente, ma la materia è sotto stretta osservazione del pm Buccini. La sentenza del tribunale amministrativo regionale riguardava appunto il piano di lottizzazione sull'ex hotel Terramare, pianificato entro quel limite di 300 metri dal mare che è vincolato dal decreto legislativo 42 del 2004, il cosiddetto «Codice dei beni culturali». L'articolo 142 del Codice (che recepiva la vecchia legge Galasso del 1985) parla chiaro: sono tutelati per legge «i territori costieri compresi in una fascia della profondità di 300 metri dalla linea di battigia». La Soprintendenza aveva dunque contestato che i progetti potessero essere passati senza un'autorizzazione ambientale e paesaggistica, mentre il Comune sosteneva che valessero le deroghe previste dallo stesso articolo della legge, sulla base di complicati principi di «zonizzazione » urbanistica, o quanto meno sul fatto che nel-l'area già c'è un'«urbanizzazione di fatto». Questioni che il Tar invece ha smontato una per una, respingendo i ricordi. Il sindaco Francesco Calzavara ha subito annunciato che verrà presentato un appello al Consiglio di Stato, per cui la partita non è ancora definitivamente chiusa. Anche perché in questo momento sono paralizzate sei torri, oltre a 420 cantieri fermi secondo una denuncia dell'amministrazione lo scorso aprile. In città ci sono infatti tre piazze ridotte a cantieri a cielo aperto (Drago, Brescia e Marina, sulla quale un'altra torre era stata bloccata dal Tar nei mesi scorsi a circa metà dei 20 piani previsti) e una molteplicità di edifici-scheletri, su cui pesa anche il divieto di costruire per il periodo estivo, che poi in realtà si allunga a ben cinque mesi.