La dimora del '700 ristrutturata seguendo la mappa del duca di Noja Le università Parthenope e Orientale vogliono decentrarvi una sede La settecentesca fontana a esedra era scomparsa da sessantacinque anni, da quando nel 1944 l'esercito angloamericano aveva requisito Villa Vannucchi facendone un deposito di carrarmati, di fatto seppellendola. Ieri sera la fontana (con il recital nell'anfiteatro del mezzosoprano Raffaella Ambrosinonell'ambito del Premio Troisi) è riapparsa in tutto il suo splendore assieme al parco che la contiene, una delle «perle» vesuviane finalmente restituite alla collettività: uno dei gioielli del Miglio d'Oro, assieme a Villa Campolieto a Ercolano e alla Reggia di Portici, torna a brillare dopo decenni di abbandono. L'attuale sindaco di San Giorgio a Cremano, Domenico Giorgiano, era allora presidente dell'Ente per le Ville Vesuviane, dunque la sua soddifazione è doppia, anche se riconosce il grande merito di Ferdinando Riccardi, suo predecessore alla guida del Comune. L'edificio con l'annesso parco era stato acquisito dall'amministrazione pubblica cittadina già negli anni Ottanta, artefice l'allora sindaco di San Giorgio (l'unico sindaco comunista che la cittadina vesuviana abbia avuto) Cabirio Cautela. La cronica mancanza di fondi aveva però a lungo impedito ogni progetto di restauro, avviato nel 2001 grazie a un accordo di programma tra Comune, Ente Ville e Soprintendenza che prevedeva oltre cinque milioni di finanziamento. Altri cinque milioni, stavolta stanziati dalla Regione campania, sono serviti per il restauro del parco, per vastità inferiore solo al bosco reale di Portici e ricco di magnifici esemplari di canfora e pini, ma anche di lecci, palme, magnolie, datteri, cedri, mimose, albicocchi. Era questa la «Villa e delizie dei d'Aquino detti di Caramanico», il cui capostipite Giacomo «gentiluomo di camera del re» aveva appunto acquistato nel 1755 lungo l'antica via Teglie una «casa palaziata e un casino fatto alla romana», più quattordici moggi di terreno in parte a bosco. L'imponente edificio, progettato dall'architetto Antonio Donnamaria, fu anche adibito a ospitare i nobili diretti alla Reggia di Portici, ma conobbe l'epoca del suo massimo fulgore nell'Ottocento, grazie alle feste che il principe Tommaso d'Aquino e sua moglie Teresa Lembo offrivano in onore del re di Napoli Gioacchino Murat, di cui Teresa era nipote. Feste memorabili, visto che Gioacchino non si muoveva da solo, «ma il numero di coloro che s'invitavano ad accompagnarlo era tanto strabocchevole, che lo avresti detto un popolo», si legge nei documenti dell'epoca: che si soffermano anche su «i gelati e i rinfreschi » che «durante il tempo di quelle veglie si portavano attorno con tanto eccesso, che era un grande scialacquamento». Con i rivolgimenti politici della seconda metà dell'Ottocento, però, la villa passò di mano: fu acquistata dal conte Lorenzo Van den Henvel e siamo ormai nel 1912 dai conti Vannucchi, imboccando poi il viale del tramonto e infine del degrado. Fino appunto ai giorni nostri, quando il parco (circa quarantamila metri quadrati, col giardino all'italiana progettato dall'architetto Pompeo Schiantarelli) è stato pazientemente ricostruito seguendo fedelmente la celebre mappa del duca di Noja, una cui copia è custodita presso la Biblioteca comunale di Villa Bruno. Il parco di quest'ultima confina con quello di Villa Vannucchi. Sull'altro versante, il parco del Nosocomio Dentale, di proprietà della Curia, un «osso duro» col quale il sindaco pensa prima o poi di confrontarsi per recuperare anche questo al patrimonio pubblico. Il primo punto all'ordine del giorno è però (una volta archiviati le fanfare e gli applausi per il taglio del nastro) la destinazione d'uso dell'edificio: tramontata (con la fine del governo Prodi e dei progetti del ministro Nicolais) l'ipotesi di farne la sede del Formez, il Comune ha sollecitato «manifestazioni d'interesse». Ne sono arrivate molte, sia pubbliche che private, sia locali che nazionali: tra le altre, quella dell'Università L'Orientale, della Parthenope, della Pegaso, della scuola di teatro Edoardo Tartaglia, della Scuola del Parco agrario di Monza. Il sindaco le sta vagliando per individuare la più prestigiosa (e vantaggiosa) e poi riferire in Consiglio.