Dopo anni ruggenti ledilizia è precipitata in una crisi profonda. Il patto di stabilità interno e le difficoltà di bilancio di regione e stato bloccano la committenza pubblica: invece di svolgere una funzione anticiclica, gli enti locali danno al settore un nuovo colpo: nel primo quadrimestre 2009 cè stato un crollo del 70 dei bandi di gara. Mentre il settore pubblico frena, quello privato, stretto nella morsa del credito, fatica a trovare le risorse. È una pessima notizia per il Lazio, dove ledilizia ha un peso significativo. Loccupazione è diminuita del 5 tra novembre ed aprile e andrà peggio in autunno. E una questione di risorse ma non solo. Poiché come spesso accade piove sul bagnato, a frenare le iniziative ci si mette una giungla normativa che anziché essere dipanata, come era stato promesso con gran fanfara dal governo, si è ulteriormente ingarbugliata. Ricordiamo tutti il piano per gli aumenti delle cubature presentato come la soluzione dei mali: è fermo. Le norme che dovevano renderlo operativo non sono state emanate e le regioni, che dovrebbero aver già presentato i piani, navigano in una nebbia fittissima. E a Roma si è aperto un nuovo fronte con il ministero dei Beni Culturali che annuncia vincoli paesaggistici su aree che Regione e Comune avevano già destinato. Le crisi delledilizia non vanno risolte devastando il territorio, come si è fatto in passato. Ci vorrebbe la capacità di prevedere le esigenze (per Roma sono valutate in 30mila alloggi), una visione del territorio chiara per individuare il modo per soddisfarle, regole che consentano di costruire quanto necessario dove è opportuno ed entro i limiti che la tutela del paesaggio impone. Poche decisioni, da prendere in maniera definitiva e consensuale tra tutti i soggetti pubblici coinvolti, così da evitare speculazioni ma consentire alle imprese una programmazione dellattività. Se cè un momento della storia in cui serve buon senso è questo. Proviamoci.