CAGLIARI. Solo una conferenza di servizio tra Regione, Comune, Sovrintendenza ai beni artistici e architettonici e Cooperativa dei pescatori potrà salvare la chiesa di san Pietro, la più antica della città dopo quella di san Saturnino, da un lento e inesorabile declino, forse dal crollo. È infatti urgente un intervento per evitare la chiusura definitiva di una pagina - già di per sé avara di notizie - sulla storia dei giudicati, i quattro regni autonomi e indipendenti in cui era divisa l'isola nel Medioevo. Un vero peccato culturale e storico, che non merita questo tempietto al numero 100 di viale Trieste, nascosto alla vista dei passanti da un supermercato e da alcune officine meccaniche e di fabbri ferrai, che conserva nella piccola abside in grandi cantoni calcarei una delle testimonianze protoromaniche del primo impianto della chiesa. Gli esperti la fanno risalire alla seconda metà dell'XI secolo. Se la chiesa di "sancti Petri de Piscatore" - con questo titolo compare in un elenco di possedimenti donati dopo il 1094 ai monaci Vittorini di Marsiglia dal Giudice cagliaritano Costantino Salusio II - è ancora in piedi lo deve a due pompe sempre in funzione per aspirare l'acqua di quel collettore naturale su cui si trova il tempio dedicato al principe degli apostoli. «La Chiesa - dice Gabriele Tola, sovrintendente ai beni architettonici e artistici della Sardegna - è una sorta di vasca dove affluiscono le acque piovane di viale Trieste e della Ferrovia. Se non si elimina questa situazione, il monumento sarà sempre in condizioni precarie». «Pochi millimetri di pioggia - dicono Massimo Puzzoni e Giovanni Troja, presidente e vicepresidente della Cooperativa dei pescatori proprietaria, sicuramente dal Cinquecento, di questo inestimabile bene culturale - bastano a inumidire il pavimento della chiesa. L'alluvione dell'anno scorso, quella che ha devastato Capoterra, ha fatto salire l'acqua a 170 centimetri, rovinando arredi sacri, intonaci, paramenti, tovaglie, portone e bussola d'ingresso. La riparazione parziale dei danni è costata 42mila euro». L'anno scorso è rimasto danneggiato anche il quadro, risalente forse al XVIII secolo, esposto nella mostra organizzata l'anno scorso per la visita del Papa. «Lo Stato - dice il sovrintendente Tola - non può intervenire sulla proprietà privata. Qualche lavoro, tuttavia, per preservare il bene, è stato realizzato: tre anni fa la Sovrintendenza ha speso 70 mila euro per opere di consolidamento e nell'occasione abbiamo messo in luce l'abside e scoperto una monofora sul lato Ferrovie. Un altro intervento sulla facciata sarà fatto tra settembre e dicembre». Nel vasto corpus legislativo regionale sicuramente esistono forme e modi per finanziare, attraverso il Comune, interventi radicali e strutturali per riportare all'origine la chiesa medievale e prosciugare definitivamente la "piscina" di san Pietro.