La sentenza Bocciati i ricorsi di Comune e privati «Andremo al Consiglio di Stato» I progetti delle torri di Jesolo devono passare sul tavolo della Soprintendenza per l'approvazione. Altrimenti, se sono già stati iniziati i lavori, rischiano di essere degli abusi edilizi da abbattere. Il principio è chiaro e il Tar del Veneto l'ha messo nero su bianco in tre sentenze depositate nei giorni scorsi, che mettono in difficoltà la giunta di Francesco Calzavara e il master plan del 2003 firmato da Kenzo Tange, che puntava tutto su quelle altezze di cui il nuovo simbolo è la Torre Aquileia inaugurata il mese scorso. La vicenda riguardava il piano di lottizzazione sull'ex hotel Terramare: tre torri da oltre 21 piani, pianifica entro quel limite di 300 metri dal mare che è vincolato dal decreto legislativo 42 del 2004, il cosiddetto «Codice dei beni culturali». «Era una sentenza annunciata ma noi restiamo nella posizione di sempre replica il sindaco Calzavara . A questo punto non ci resta che ricorrere al Consiglio di Stato nella convinzione di far valere le nostre ragioni ». In realtà le sentenze sono tre e in tutti i casi il Comune di Jesolo ne esce sconfitto. I giudici hanno infatti bocciato sia il ricorso del Comune che quello della società Terramare contro i provvedimenti con cui la Soprintendenza ai beni architettonici e paesaggistici aveva dapprima intimato la trasmissione dei progetti delle torri con una lettera dello scorso 29 settembre, poi per ben due volte il 29 dicembre e il 14 gennaio ordinato l'inibizione dei lavori. Secondo i giudici della seconda sezione del tribunale amministrativo regionale, l'articolo 142 del Codice (che recepiva la vecchia legge Galasso del 1985) parla chiaro: sono tutelati per legge «i territori costieri compresi in una fascia della profondità di 300 metri dalla linea di battigia». La Soprintendenza aveva dunque contestato che i progetti potessero essere passati così, senza un'autorizzazione ambientale e paesaggistica. Secondo il Comune invece valevano le deroghe previste dallo stesso articolo della legge, che si riportavano a complicati principi di «zonizzazione » urbanistica, o quanto meno che nell'area già c'è un'«urbanizzazione di fatto». Questioni che il Tar invece ha smontato una per una, respingendo i ricordi. Il tribunale ha poi accolto un terzo ricorso, presentato da 34 privati (rappresentati dagli avvocati Piazza, Noro, Cacciavillani e Quarneti), tutti proprietari di edifici confinanti con l'area del piano di recupero «Terramare», spaventati da fatto che quei «mostri» da 8090 metri avrebbero sovrastato le proprie case. «Questi vincoli snaturano la filosofia del master plan, che prevede la ricomposizione degli spazi verso l'alto», continua Calzavara. Le sentenze del Tar riguardano infatti un piano specifico, quello del Terramare, ma il principio di fatto potrebbe essere esteso a tutti i progetti che il Comune ha approvato senza passare da Palazzo Ducale. E se le torri del Terramare non sono praticamente ancora iniziate, nel caso in cui invece ci fosse un progetto in corso di costruzione, potrebbe trasformarsi da un giorno all'altro in un abuso edilizio da abbattere. Questo perché non è possibile condonare o sanare «ora per allora » un piano mai presentato alla Soprintendenza.