La gestione del territorio è materia complessa. Sono molte, e tutte valide, le ragioni sul campo. C'è la responsabilità politica, assolutamente fuori discussione: l'articolo 9 della Costituzione obbliga esplicitamente lo Stato alla tutela del proprio patrimonio artistico e paesaggistico. Un ministro che abbandonasse al proprio destino il territorio lasciandolo devastare andrebbe perseguito per legge. E di qui nasce la preoccupazione di Sandro Bondi (notoriamente uomo di mediazione) espressa col nuovo vincolo sui 54.000 ettari di campagna romana. Però sotto «gestione del territorio» appaiono altre voci. Anzi, altre esigenze. Quella di un corretto sviluppo (non di un massacro, com'è avvenuto incomprensibilmente anni fa nel Parco di Vejo, per esempio, nonostante i vincoli sbandierati dagli ammini-stratori). Il bisogno di case per i giovani e i nuovi ceti sociali. La possibilità da offrire a nuove imprese di dotarsi di infrastrutture edilizie adeguate ai tempi. Forse per questo la decisione di Bondi sembra aver scontentato un po' tutti. Comune, Regione, Provincia, il mondo delle imprese edilizie. E lo stesso ministro si rende perfettamente conto del peso delle misure adottate: ma sa che non può contraddirsi («la tutela del territorio sarà una delle mie preoccupazioni principali», annunciò insediandosi) nonostante in Campidoglio ora sieda un suo collega di partito. Però Bondi ha annunciato l'apertura di un tavolo ministero-Regione-Comune-Provincia «nell'auspicio di raggiungere un'intesa che tenga contestualmente conto della tutela dell'agro romano e del necessario sviluppo economico del Comune di Roma». Con tutta probabilità, se governato con sensibilità e rispetto istituzionali da tutti gli interlocutori interessati, il nuovo vincolo di Bondi e il prossimo tavolo di concertazione saranno un eccellente occasione per raggiungere un obiettivo degno di una nazione civile: ovvero salvaguardare un bene primario di Roma e dell'Italia (il paesaggio, e segnatamente l'agro romano) senza rinunciare ai bisogni della contemporaneità. Sembra un'utopia. Tra lo sfregio irreparabile e l'immobilismo c'è tutto lo spazio per trasformare il caso romano in un esempio pilota di tutela per tutta l'Italia.