I dipinti delle collezioni ottocentesche della Gam raccontano paesaggi a volte perduti, a volte soprendentemente attuali Ma ispirano anche storie e fantasie, come nel caso del Po, lantico Eridano, e della tragica leggenda del volo di Fetonte Nel 1978 Fontanesi immortalava il fiume a San Mauro e Calderini ritraeva i "Murazzi" Il cemento era ancora lontano... Qui gli antichi hanno collocato la vicenda del figlio di Apollo incenerito dal fulmine di Zeus Una non bastava e se ne narrano tre Visitando la collezione dei dipinti ottocenteschi della Gam di Torino si raccolgono preziose suggestioni per viaggiare tra spazio e tempo nella nostra regione. Le rive del Po, per esempio, sono un soggetto paesaggistico particolarmente amato dai pittori piemontesi del XIX secolo. Soprattutto nei quadri di Marco Calderini, ma anche in quelli di Domenico Rabioglio o Demetrio Cosola, le acque scorrono placide tra gli argini naturali, spiagge fiancheggiate da alti alberi e prati incolti. Terreni allagabili e golene in mezzo a cui il fiume sembra respirare e vivere, libero di variare la propria portata tra un periodo di magra e piene improvvise. Nel 1878, mentre Fontanesi immortalava più volte il traghetto tra le sponde a San Mauro, Calderini ritraeva i "Murazzi", nome dalla venatura dispregiativa che già ci fa capire come dovessero apparire agli occhi dei contemporanei le imponenti opere murarie di imbrigliamento della corrente, edificate per salvaguardare il centro della città dalla furia periodica delle acque. Erano tempi in cui il cemento non aveva imprigionato le rive, il pesce siluro non si era divorato buona parte della biodiversità ittica, linquinamento era risibile e le idrovore non risucchiavano metri e metri cubi di fiume per placare la sete di insaziabili campi coltivati a granturco. Ancora oggi è possibile per brevi tratti seguire a piedi il corso naturale del Po verso la pianura. Una passeggiata da non perdere. Il lento fluire della corrente e la quiete bucolica del paesaggio fluviale suggeriscono barlumi di serenità olimpica. Tra riflessi e mulinelli sulla superficie dellacqua riaffiora il ricordo del mito e il mito racconta che nelle onde del fiume, allora chiamato Eridano, venne scaraventato il povero Fetonte. Tutto comincia il giorno in cui il giovane semidio, figlio di Apollo, litiga con Epafo, nato da Zeus e dalla ninfa Io. Oggetto della contesa lorigine divina di Fetonte, che, per dimostrare la propria illustre parentela, chiede al padre di poter condurre per un giorno il carro del sole. Tira e molla finché, a malincuore, Apollo gli cede le redini. Sorge lalba di un giorno radioso e i cavalli alati che trainano il cocchio splendente partono a razzo, trattenuti a fatica dalla mano inesperta di Fetonte. Sentendosi liberi subito rimbalzano in cielo imbizzarriti, si fiondano a capofitto verso il suolo e poi ancora si impennano verso le nuvole, neanche fossero un ottovolante. Sfiorando la terra dalle parti della pianura Padana combinano disastri. I campi inaridiscono, i raccolti si seccano, monti, boschi e valli bruciano. La terra scottata lancia il suo grido di dolore a Zeus, che, senza esitazione, con un fulmine colpisce a morte il giovane semidio, precipitandolo nel fiume. Fine dellavventura e di Fetonte. Le sue sorelle, accorse sulla riva, piangono disperatamente per giorni e giorni, fino a quando la pietà degli dei le tramuta in pioppi. Fine delle sorelle di Fetonte e del mito. Ma di Fetonti annegati nel Po se ne contano almeno altri due. Del primo, antico re dei Molossi, ci dà notizia Plutarco, che lo descrive come valente astronomo, capace grazie alle stelle di predire una catastrofica siccità, ma non la propria fine tra i flutti. Del secondo racconta invece Emanuele Thesauro nel tentativo di scovare una nobile origine per la capitale dei Savoia, suoi sovrani e datori di lavoro. Lintellettuale barocco riporta così la leggenda di Fetonte Eridano, principe giunto dallAntico Egitto, che, abbandonato il Nilo, sbarca in Italia e risale la penisola pronto a sconfiggere chiunque gli si opponga sulla via. Cammina cammina, un bel giorno arriva in una fertile pianura circondata da monti boscosi e lì, alla confluenza tra due fiumi, decide di fondare una città di nome Taurina, in onore del dio-toro Api. Secondo improbabili calcoli saremmo a questo punto nel 1523 a.C. e tutto sembrerebbe andare per il meglio, non fosse che per chi si chiama Fetonte il Po sembra proprio essere fatale. Durante una galoppata lungo le rive i soliti cavalli bizzosi rompono il passo, la quadriga del principe sbanda, vola per aria e il presunto fondatore della città sabauda finisce dritto in mezzo alla corrente, da cui pare non sia più riemerso. Dal giorno dopo troviamo infatti seduto sul trono Liguro, suo figlio. Tante coincidenze tra storie così lontane danno da pensare. Qualcosa di vero dovrà pur esserci. Taurini, Liguri, Egizi, Greci e Romani si sovrappongono e si confondono nelle lontane origini mitiche di Torino. Il santo patrono della città è oggi San Giovanni, ma certamente il ruolo di nume tutelare pagano non può che spettare a Fetonte, quale che sia dei tre. In ogni caso a spasso in riva al Po conviene andarci a piedi
TORINO - I dipinti delle collezioni ottocentesche della Gam
La collezione dei dipinti ottocenteschi della Gam di Torino racconta storie e fantasie legate al fiume Po. I pittori piemontesi del XIX secolo hanno rappresentato il fiume come un soggetto paesaggistico amato, con acque placide e terreni allagabili. Il Po è anche il luogo di una tragica leggenda di Fetonte, figlio di Apollo, che fu scaraventato dal fulmine di Zeus e finì dritto in mezzo alla corrente. Altri due Fetonti sono menzionati nella mitologia, uno antico re dei Molossi e un principe egiziano che fondò una città in Italia.
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