La vogliono all'aperto, sotto il portico dell'Elefante, nel cortile ducale. Visibile al primo colpo, solo una campana di vetro a separala dai loro sguardi. E' questa la scelta dei lettori de Il Giorno per la prossima collocazione della Pietà Rondanini, dicono i risultati del sondaggio ispirato da una proposta dell'assessore alla Cultura di Palazzo Marino, Massimiliano Finazzer Flory. A ieri sera, la collocazione en plein air superava ancora l'alternativa della Sala dell'Asse (che pure ha accorciato la distanza rispetto ai primi giorni), accaparrandosi il 52,05 dei consensi. Una scelta di rottura rispetto all'attuale sistemazione, «di nicchia» in senso letterale: la statua, considerata l'ultima opera scolpita da Michelangelo, si trova seminascosta nella Sala degli Scarlioni, e per arrivarci bisogna scendere 12 scalini. Allestimento concettuale, progettato negli anni Cinquanta dagli architetti milanesi di Bbpr per la Pietà, che all'epoca era appena stata acquistata dal Comune di Milano. La statua (che ha ereditato il nome di uno dei suoi proprietari) fu trovata nello studio di Buonarroti alla morte del genio, nel 1564, ed è considerata il suo testamento. Michelangelo qui rompe con l'iconografia consueta del Cristo deposto con la Madonna raffigurandoli entrambi in piedi, la madre che sorregge a fatica il corpo del figlio. La base dell'opera (che in tutto misura un metro e 95) è un'ara funeraria romana della fine del I secolo d.C., forse rimaneggiata in età rinascimentale, sulla quale sono raffigurati i coniugi Marco Antonio e Giulia Filumena Asclepiade. Per più di mezzo secolo la Pietà ha «abitato» in quella nicchia creata dallo studio fondato da quattro laureati del Politecnico: Gian Luigi Banfi (che però all'epoca del progetto, era già morto in campo di concentramento dopo aver combattuto nella Resistenza), Lodovico Barbiano di Belgiojoso, Enrico Peressutti ed Ernesto Nathan Rogers. Un'idea innovativa allora, che per molto tempo è stata considerata intoccabile in quanto essa stessa «opera d'arte». Che però, oggi, mostra le rughe dei suoi cinquant'anni, in un mondo in cui l'arte è diventata fenomeno di massa e si pretende, giustamente, accessibile a tutti. Disabili compresi e, come ha dimostrato di recente un'inchiesta de Il Giorno, quei dodici gradini precludono a chi ha problemi di deambulazione la possibilità di ammirare la Pietà Rondanini. La scelta dei lettori per la più «aperta» delle opzioni in campo non si allontana solo da quell'allestimento definito «claustrofobico» dallo stesso assessore Finazzer Flory, ma lascia intendere in controluce un desiderio di appropriazione collettiva. Una Pietà «integrata" nel Castello, che da statua diventa (quasi) un monumento.