SONO rimasto sorpreso dalla lettera del soprintendente ai Beni archeologici della Puglia, Giuseppe Andreassi, pubblicata il 5 maggio su queste colonne. Andreassi conosce tutte le mie lettere e i miei scritti inviati alle soprintendenze e agli uffici centrali del ministero dei Beni e attività culturali. L'archeologo, quindi, ben potrebbe difendersi nelle competenti Sedi Giudiziarie, se si sentisse leso in qualche modo dall'«accanita passione» con cui da alcuni anni io inseguirei «molte vicende che riguardano in particolare i tratturi del territorio di Gravina», e non affermare di nutrire «più di un dubbio sulla obiettività e sul disinteresse» che mi animerebbe, «nonché sulla stessa piena legittimità delle ... continue martellanti richieste di accesso agli atti (diritto sancito dalla legge 241 del 1990, ma che non può essere certo esercitato ad libitum e all'infinito da chiunque) ...». Se, dunque, gli uffici del ministero hanno conferito incarico ispettivo, significa che il contenuto delle mie lettere eo delle mie telefonate è stato ritenuto attendibile negli ambienti romani. Se, nella gestione della tematica dei Tratturi nel territorio di Gravina, il soprintendente ha operato in piena legittimità, l'esito dell'ispezione ministeriale in corso gliene darà atto e, dunque, Andreassi non dovrebbe agitarsi più di tanto per la disposta ispezione.