A PROPOSITO DI NISIDA E ALTROVE Il «caso Nisida». Rifuggo dal tornare su spunti già svolti. Ma alcuni cortesi lettori mi sollecitano a farlo nel caso dell'articolo in questione. Qui, a margine del mancato riutilizzo di Bagnoli ad un ventennio dalla chiusura del-l'Italsider, prospettavo l'opportunità di considerare anche il fronteggiante isolotto quale elemento rilevante ai fini della trasformazione turistica dell'area flegrea. Non passa settimana senza che nuove diagnosi confermino ciò che sappiamo: la Campania, e soprattutto Napoli, declinano. Ora è la volta di Bankitalia ad allineare dati allarmanti: scende la produzione, sale la disoccupazione. L'ineffabile sindaca commenta «ma Napoli non è immobile». Grottesca verità. Si muove, ma in una spirale negativa. Con l'economia affondano valori, comportamenti. Carabinieri e polizia combattono, ma sgominata una banda ne nasce un'altra. Alla ferocia la popolazione contrappone rassegnata assuefazione. Soprattutto per assenza di prospettive. Arrivano promesse di nuove opere, ma si prospettano date remote rispetto alle emergenze dell'oggi. Tutto ciò impone di puntare sul turismo come risorsa sostitutiva di languenti realtà manifatturiere. Già, ma in che modo? Con i recenti incontri teatrali: qualcuno stimolante, altri attedianti o irritanti? O dibattendo la congruità dei costi d'una stazione metro che, artistica quanto si vuole nella sua gigantesca, allusiva suggestione vulvare, al demerito della spesa aggiunge quello d'una decennale incompiutezza? Non scorgo attrattori internazionali nei nuovi musei dell'era Bassolino. Piuttosto emblemi di prestigio domestico. Se del turismo si vuol fare elemento portante dell'economia regionale, di Napoli popolosa e socialmente dissestata, non basta il richiamo a storia e arte. Specie quando un degradato contesto urbano e sociale le rende malamente fruibili. Né basta l'effimero e l'estemporaneo: come l'idea di affidare la sicurezza dei croceristi agli ex detenuti. Anche i gatti possono pentirsi. Ma temo difficile convincerne i topi. Il turismo quale motore di rianimazione economica e di promozione sociale richiede strutture. Nell'età del Grand Tour giungevano visitatori stranieri: aristocratici o volenterosi intellettuali. Ma i veri turisti arrivarono a fine Ottocento, solo quando Napoli ebbe il lungomare, i grandi alberghi, la stazione ferroviaria. Altre città europee si sono salvate dal declino richiamando turismo con grandi realizzazioni: Bilbao, Liverpool. La stessa Londra. Noi abbiamo spazi sprecati, per lungaggini (vedi Bagnoli), o per usi impropri. Appunto Nisida, un gioiello della natura imbruttito dagli edifici del carcere minorile e dei comandi militari. Tutte attività trasferibili altrove non mancano sedi pubbliche per fare dell'isolotto una struttura di richiamo, con l'apporto d'un quid di genialità progettuale ecocompatibile. E che dire del Molo San Vincenzo: un chilometro e mezzo proteso sul mare. Vi si allineano magazzini semivuoti e vi ormeggiano un paio di battelli militari e vecchie navi in disarmo. Da anni se ne chiede il riutilizzo per navi da crociere e yacht. Un giurista ha osservato che all'ignavia dei governanti locali il governo può imporre poteri sostitutivi. Sarà vero?