Saggi Una raccolta di testi meno noti dello studioso: dall'analisi dell'architettura di Alberti alle riflessioni su Fontana A d almeno due generazioni d'italiani il manuale per i licei di Giulio Carlo Argan ha spalancato la porta della storia dell'arte. Le grandi istituzioni per la conservazione e lo studio del patrimonio artistico italiano, in particolare l'Istituto Centrale del Restauro, sono sorte esattamente come lui le aveva disegnate. Una rara destrezza nel nuotare in acque tempestose consentì ad Argan di agire in profondità anche dentro un regime con il quale non s'identificava, ma cui riteneva di saper imporre un programma su ciò che gli premeva, un'arte svincolata dalla retorica e non asservita. Immagino che dovunque stupisse per la sua intelligenza inventiva. Mandato alla soprintendenza di Modena, dopo che la destinazione a Trieste era apparsa come una specie di confino, sperimenta, nel 1935, la radiografia su di uno dei dipinti della Galleria Estense, e la relazione che scrive, che ora leggiamo in questa raccolta di scritti meno noti composta da un allievo fedele ( Promozione delle arti, critica delle forme, tutela delle opere. Scritti militanti e rari, 1930-1942, a cura di Claudio Gamba, Christian Marinotti Edizioni, pp. 287, e 26), è subito un mirabile esempio di lettura critica e di conseguente capacità decisionale. Argan era predisposto a fare l'educatore. Tutte le funzioni pubbliche, compresa quella di sindaco di Roma, furono considerate da lui come occasioni per educare. Già negli scritti giovanili traspare l'intento missionario; benché, in quelli più precoci qui pubblicati, il futuro maestro stia ancora imparando. Egli sta uscendo dall'orizzonte filologico della scuola di Adolfo Venturi per trovare la chiave filosofica del giudizio artistico. Il suo primo esercizio lo conduce a sfuggire al freddo giudizio negativo del Milizia su Palladio, ricorrendo a un poeta, a Goethe. Seguono i primi incontri con la scuola di Vienna. Dapprima affascinato dal sistema formale di Wickhof e di Riegl, poi in piena consonanza con il crociano Julius Schlosser. Nei confronti dell'architettura, sia antica che contemporanea, Argan applica gli schemi della pura visibilità, prescindendo dalla tormentata realtà del fare architettura. Ma il suo costante riferimento, nel giudizio sui contemporanei, all'Alberti e a Filarete, è tutt'alto che pedante e non solo gli assicura il prestigio di cui ha goduto presso gli architetti contemporanei, ma fa di lui lo spiritus rector di quella fondamentale aspirazione a tenere insieme le istanze razionaliste e la tradizione, che distingue la nostra architettura funzionale dalle consorelle in Europa e in America. Il dialogo con gli architetti ha inizio nel '33 su «Casabella», ma già allora s'imponeva sul percorso di Argan la personalità d'una acuta redattrice della rivista, Anna Maria Mazzucchelli, la musa cui però il curatore della raccolta non sottolinea i grandi meriti. Argan l'avrebbe sposata nel 1939, quando si sarebbe trasferito a Roma, nel cuore del potere ministeriale, dove poco dopo avrebbe collaborato con Bottai. Una parte del volume diventa così documento di storia delle istituzioni. Infine una vera sorpresa del libro (almeno per me) sono le rapide recensioni a mostre di artisti contemporanei. Argan è il loro compagno di cordata, ma, a parte il commento a De Pisis, che è un gioiello di scrittura, il suo occhio è straordinariamente perspicace. Profetico quando, nel 1939, per esempio, individua le idiosincrasie di Fontana. La raccolta incomincia nel 1930 e finisce con il 1942: dodici anni di militanza in favore d'un'idea limpida della modernità.