Musei chiusi nel cuore della stagione turistica, siti archeologici e chiese inaccessibili. Il «tesoro beni culturali», del quale abbiamo con dovizia disponibilità, in queste condizioni, non può dar frutti. Il vero problema dei beni culturali, a Siracusa come in Sicilia come nel Sud in genere, più che la tutela, è la gestione. È ormai notorio che il pubblico non è mai in grado di gestire alcunchè. Ancor meno un settore così peculiare (e delicato) come quello dei beni culturali. Dice sempre il massimo esperto del settore, il soprintendente emerito Giuseppe Voza: «Per i beni culturali non si può assolutamente parlare di privatizzazione. Si può, forse si deve ormai, integrare l'attività pubblica di ricerca e tutela con quella privata di gestione. Ma quest'ultima va limitata a determinati servizi, preliminarmente regolamentata e rigorosamente controllata. Finora in Sicilia non ha funzionato nulla di tutto questo». E ancora: «Certo che un privato può gestire biglietteria, guardaroba, bar, punto di ristoro, book shop, servizi igienici, parcheggi, annessi a un sito museale o archeologico. Ma sulla base di regole rigorosamente, e dettagliatamente, preordinate nonchè di controlli assidui e altrettanto rigorosi. La natura pubblica della tutela è fuori discussione. Ma fuori discussione deve rimanere anche la tutela, la vigilanza». Ebbene, tutto questo rimane ancora ignorato. Una volta mancano i fondi, un'altra le norme attuative, un'altra ancora si scatena un gioco delle parti paralizzante, talvolta anche speculativo. E i musei restano chiusi, i siti inaccessibili. A chi giova?