Comincia il «Gs8» sulla crisi ambientale. Un appuntamento per parlare della congiuntura attuale e dei possibili sbocchi. In una cornice perfetta: le colline abbandonate del Sulcis CAGLIARI Nelle miniere del Sulcis, quando Roma era padrona del mondo, il senato spediva i peggiori criminali e i cristiani. «Damnatio ad metalla», si chiamava la pena ad essi comminata. Lavorare come schiavi nelle miniere di piombo, una condanna che per gravità veniva subito dopo la morte al circo nella fossa dei leoni. Anche se poi in Sardegna si moriva lo stesso, in pochi anni se non in pochi mesi, perché le condizioni di vita era insostenibili. Hanno una lunga storia, le miniere del Sulcis, che non sono solo di piombo come ai tempi dell'antica Roma, ma anche di carbone, come quella di Montevecchio, dove domani comincia il Gs8 con un forum sulla crisi ambientale ed energetica. Pozzi vuoti, impianti dismessi, entrati a far parte di un parco geominerario, con tanto di consiglio di amministrazione, che l'Unesco ha pomposamente proclamato, tre anni fa, patrimonio mondiale dell'umanità. Il consiglio di amministrazione c'è, ma il parco di fatto non funziona. Sino a poco tempo ogni attività è stata bloccata da un lungo braccio di ferro con la giunta di Renato Soru. L'ex governatore ai parchi naturalistici non ha mai creduto. Per difendere coste e ambiente dagli assalti degli speculatori, il padrone di Tiscali ha preferito fare altre scelte: un «piano paesaggistico regionale», così è stato chiamato, che detta regole severe e di fatto blocca la speculazione immobiliare. Sino a quando quelle regole resteranno valide, ora che al governo della Sardegna c'è il pupillo sardo di Silvio Berlusconi, Ugo Cappellacci, è facile prevederlo: pochissimo. Proprio l'altro ieri la giunta di centro destra ha approvato un «piano casa» regionale che dà il via all'assalto ai litorali e alle campagne da parte dei cementificatori. Sta di fatto che, inseguendo l'obiettivo del piano paesaggistico, Soru i parchi li ha mollati. Quello del Gennargentu, nel cuore dell'isola, area protetta nazionale istituita a suo tempo dal ministro all'Ambiente Edo Ronchi, è morto ancor prima di nascere perché la regione Sardegna si è ritirata dalla sua gestione. Quello della Maddalena, anch'esso nazionale, è stato demolito dalla giunta Soru che ha preferito puntare, per la riconversione dell'economia dopo la chiusura della base Usa, sul ciclopico progetto del G8, poi annullato da Berlusconi. Quello del Sulcis, le vecchie miniere «patrimonio dell'umanità» che sarebbero dovute diventare un monumento di archeologia industriale, è stato bloccato dal progetto di Soru di vendere alcune delle aree storiche di maggior pregio alle multinazionali delle vacanze e del mattone: la Pirelli Real Estate, il Gruppo Ligresti e il fondo immobiliare statunitense Hines. Sono queste le imprese che nel 2006 hanno risposto al bando di gara internazionale con cui venivano messe all'incanto le miniere di Masua, di Monte Agruxau, di Ingurtosu, di Pitzinurri e di Naracauli, i posti che i partecipanti al Gsott8 potranno visitare da oggi. Nel bando della gara d'appalto stava scritto che il vincitore non avrebbe potuto costruire niente di nuovo, neppure un metro cubo; e che avrebbe però potuto ristrutturare 260 mila metri cubi di vecchie costruzioni abbandonate e cadenti (case di minatori, laverie, depositi) per trasformarle in «strutture ricettive» (alberghi a cinque stelle con annessi campi da golf) destinati a turisti di target alto. Della gara non s'è fatto niente, per fortuna. Perché? Semplice: Ligresti, Pirelli e compagnia volevano che i terreni in vendita, pesantemente inquinati da decenni di attività industriale certamente non ecocompatibile, fossero bonificati a spese della regione Sardegna. Di lotti avvelenati non sapevano che farsene: la spesa per fare pulizia sarebbe stata molto maggiore di quella per comprare terreni ed edifici da ristrutturare. E di fronte al no di Soru alla loro richiesta si sono ritirati in buon ordine. Come si vede fare del Sulcis la sede di una discussione che ha come filo conduttore la ricerca di nuovi paradigmi di fronte a una crisi di civilizzazione che coinvolge economia e codici simbolici e di valore, ha un suo senso. Le coste e le colline di questa parte della Sardegna sono state devastate da uno sviluppo industriale di rapina, quasi sul modello coloniale. La proprietà delle miniere di carbone, nei primi del Novecento, era nelle mani di società inglesi e francesi che, nei confronti dell'isola e dei minatori sardi, non avevano un atteggiamento molto diverso da quello che avevano con i rispettivi territori e sudditi d'oltremare. Nel 1904 il primo sciopero generale proclamato nella storia del movimento operaio italiano fece seguito a una strage di minatori di Bugerru: l'esercitò sparò per porre fine a una protesta contro condizioni di lavoro disumane. Quando le miniere hanno cominciato ad andare fuori mercato perché il carbone conveniva comprarlo dove i costi di produzione (a partire dalla manodopera) erano più bassi, uno dopo l'altro i pozzi sono stati chiusi. Negli anni Sessanta, da prima è arrivata l'industria chimica di base, l'impianto di Sarroch, una delle raffinerie più grandi d'Europa, e poi l'industria dell'alluminio, con la nascita del polo di Portovesme, oggi uno dei posti più inquinati al mondo, un inferno rispetto al quale luoghi come Marghera o Taranto sono paradisi ecologici. Quando nel 2005 le associazioni ambientaliste proposero un referendum consultivo per una legislazione regionale più severa contro le emissioni di polveri e di fumi tossici, in prima fila per il «no» alle nuove norme si schierarono i sindacati, confederali e aziendali. E il referendum non raggiunse il quorom. Ora le indagini epidemiologiche rivelano che nel sangue dei bambini di Portovesme il tasso di metalli pesanti, in particolare di piombo, è paurosamente al di sopra dei livelli di sicurezza minima. Così come gravemente fuori norma sono i tassi delle più svariate patologie tumorali. Le industrie dell'alluminio di Portovesme sono quasi tutte nelle mani di capitali americani, svizzeri e russi. La globalizzazione non ha però mutato il segno di uno sviluppo che genera, oggi come ieri, riduzione del lavoro a variabile dipendente del profitto e devastazione dell'ambiente e della vita. Un modello che con la crisi non garantisce più neppure le buste paga, i «posti di lavoro» per difendere i quali le organizzazioni sindacali hanno invitato i loro iscritti a votare «no» nel referendum del 2005. La raffineria di Sarroch tiene, anche se l'incidente in cui, il 26 maggio scorso, sono morti tre operai di un'impresa esterna alla quale i fratelli Moratti, proprietari degli impianti, hanno affidato le manutenzioni, mostra quali siano i prezzi da pagare per reggere la concorrenza su mercati dove il primo fattore produttivo di cui si deve comprimere il costo è il lavoro. Crolla invece il polo dell'alluminio, che produce materia prima per due industrie, quella dell'auto e quella aeronautica, tra le più colpite dalla crisi. Nella campagna elettorale per le regionali il voto operaio del Sulcis, tradizionalmente zona rossa, s'è massicciamente spostato verso il centro destra ed è stato determinante per la vittoria di Cappellacci su Soru. Hanno creduto, gli operai di Portovesme e di Carbonia, alla promessa fatta da Berlusconi, attivissimo al fianco di Cappellacci, che le cose le avrebbe messe a posto lui. Ma, vinta la campagna di Sardegna, il presidente del consiglio è tornato alle sue varie occupazioni, e al Sulcis sono rimaste le migliaia di lettere di licenziamento o, quando va bene, la cassa integrazione. «E' possibile - si legge in uno dei documenti preparatori del Gs8 - che dentro la crisi ritrovi senso la politica come regolazione nonviolenta dei conflitti orientata a un progetto di bene collettivo, che si rinnovino i valori di giustizia sociale e la solidarietà. E' anche possibile però che si scateni la lotta per la sopravvivenza e la guerra fra poveri, alimentata dai poteri forti attraverso una grande capacità di esercitare egemonia culturale legata ai disvalori del consumismo, dell'individualismo, della competizione. Così come è all'ordine del giorno una possibile gestione della crisi che investe grandi risorse pubbliche per mitigare i suoi effetti più dirompenti senza intaccare le ragioni strutturali della devastazione ecologica e sociale». Se c'è un posto in cui queste cose si vedono bene, molto bene, è la Sardegna, in modo particolare questo suo lembo avvelenato e mortificato, e però ancora bellissimo, che è il Sulcis, dove i potenti d'un altro impero mandavano a crepare, «ad metalla», chi non stava alle regole del gioco.