RICOSTRUZIONE. Duemila persone in corteo L'AQUILA C'è un odore acre che accoglie chi entra nel campo di Piazza D'Armi, a L'Aquila. Forse è l'umidità, che entra nei teli delle tende. Ma i pochi aquilani che camminano tra le file di stoffa blu non lo percepiscono. Sembra che quell'odore prenda solo chi non ha mai passato neanche un'ora sulle brande della protezione civile, sotto la pioggia pesante, seguita dall'afa soffocante che appare al primo sole. C'è una piccola casetta di legno di fianco ad una delle prime tende, dove due bambine si rifugiano appena inizia la prima pioggia. Sono accovacciate, le ginocchia sfiorano il mento, mentre parlano, raccontano, dimenticano. Appena fuori dalla tendopoli c'è una piccola distesa di ombrelli. Prima una decina di persone, poi, lentamente, diventa una folla, indifferente all'acqua che quasi inondava ieri pomeriggio la città. I comitati nati dopo il terremoto - che si sono riuniti nella campagna «100 ricostruzione» - hanno chiamato gli aquilani per chiedere di aprire subito le 3000 case sfitte, di far arrivare i container e le casette di legno. Una mobilitazione avviata con difficoltà, perché i comitati nelle tendopoli di fatto non possono metterci piede. Vietate le assemblee, malvisti i volantinaggi, nonostante le promesse di Bertolaso. E oggi c'è anche la pioggia, a tratti torrenziale, da sfidare. E c'è quel muro invisibile che circonda le tendopoli da rompere, la zona rossa che tre mesi di emergenza hanno fatto crescere dentro l'anima delle persone. Quando ogni piccolo momento della tua vita dipende dalle divise gialle e blu della protezione civile si ha quasi paura di essere visto come irriconoscente, perdendo, magari, quel piccolissimo privilegio conquistato. L'unico pensiero che riempie le giornate è come evitare le file al bagno, o la ricerca del miglior momento per mangiare. «Mi preoccupa la rabbia che sta crescendo e quello che accadrà dopo il G8», spiega il sindaco Cialente, che ieri ha dato un segno netto alla città, scendendo in piazza insieme ai comitati, agli studenti dell'università distrutta, alle famiglie del centro storico, ai tanti bambini che non sapranno come raggiungere le scuole a settembre. La paura più che concreta per Cialente è quella dichiarazione del governo che vorrebbe svuotare la città all'inizio dell'autunno. Bertolaso - che sa benissimo di avere davanti una situazione difficilissima, perché le casette prefabbricate non arriveranno prima della fine dell'anno - ha spiegato che a settembre chiuderà le tendopoli, portando quasi 50 mila persone sulla costa. Uccidendo per la seconda volta la città, che si troverebbe di colpo con soli 20 mila abitanti. Il governo che vorrebbe nascondere l'odore acre delle tendopoli ha perso ogni credibilità. Provano ad adeguarsi anche i giornali locali, che ieri annunciavano la manifestazione come un'iniziativa «no global». Una roba da evitare, pericolosamente sovversiva, che può disturbare il manovratore che ti porta da mangiare tutti i giorni. «Ne vedete qualcuno di no global?», spiega Cialente indicando un bambino e una mamma che cercano disperatamente di ripararsi sotto un ombrello. Sono le 16, l'inizio della manifestazione si avvicina e sono centinaia a scivolare davanti a Piazza D'Armi. Un gruppo di ragazzi porta un collage di foto, per ricordare uno per uno i deputati e i senatori che hanno fatto passare la beffa del decreto Abruzzo. Le stampe prese dai siti della camera e del senato compongono il collage di quel misto di propaganda, interesse e indifferenza che gli aquilani hanno già visto a Roma quando erano scesi per manifestare sotto Montecitorio. Scendono su via Corrado IV, che congiunge tre tendopoli. Davanti alle tende blu dei campi dell'ex Italtel e di Centi Colella gridano attraverso le reti di recinzione: «Fuori dai campi». Se non si può entrare a volantinare, almeno questo, nella città militarizzata, ancora si può fare. Sono più di 2000 (800 per la questura), più delle altre manifestazioni, più di quando entrarono nella zona rossa del centro storico. Passano davanti alla megastruttura dell'emergenza, alla croce rossa, alla protezione civile, ai camion dei militari. «Rispettiamo solo i pompieri», scandiscono, tanto per essere chiari. Ancora qualche metro dopo l'ultima tendopoli e arrivano alla Reiss Romoli. Da qui non si passa, la caserma della finanza di Coppito che ospiterà il G8 è già vietatissima, con cantieri aperti anche di notte e i fine settimana. Altro che ricostruzione.
L'Aquila Non vi permetteremo di svuotare L'Aquila
A L'Aquila, 2000 persone si sono riunite in corteo per richiedere la fine delle tendopoli e la ricostruzione delle case sfitte. I comitati di ricostruzione hanno chiesto di aprire le tendopoli e di far arrivare i materiali per la ricostruzione. Tuttavia, i comitati sono stati vietati di riunirsi e di volantinare. La pioggia e la rabbia crescente tra gli abitanti della città hanno reso difficile la mobilitazione. Il sindaco Cialente ha sceso in piazza per sostenere i comitati e ha criticato il governo per la sua politica di svuotamento della città. Il governo ha annunciato che chiuderà le tendopoli a settembre, portando quasi 50 mila persone sulla costa.
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