Nasce "Mantova Arte Contemporanea": facendo propria l'idea che fu del critico Francesco Bartoli, la nuova associazione sostiene la realizzazione del museo tematico. Il nuovo organismo si costituirà formalmente oggi a palazzo Te dove interverrà Sergio Risaliti, già direttore del Centro comunale per l'arte contemporanea di Siena. Al critico abbiamo chiesto un parere sulle potenzialità di questa eventuale impresa culturale. Risaliti, immaginiamo che nel corso dell'incontro parlerà di esperienze nazionali di grande prestigio... «Sì, in questo campo mi sono già occupato di importanti progetti museali quali il palazzo delle Papesse a Siena, 'Quarter' a Firenze come pure di grandi eventi espositivi in luoghi antichi, da Sabbioneta con Giulio Paolini diversi anni fa a 'Bambini nel tempo' proprio al Te. E, naturalmente, in altre città». Si ragionerà dunque di arte tra passato e presente... «Un tema che la città credo affronti da sempre con molto interesse. Gli organizzatori mi hanno chiesto di portare il mio contributo per i miei trascorsi e per la capacità di orizzontarmi e studiare sia l'antico che il nostro tempo. Parlare di un confronto tra città d'arte e contemporaneità in Italia mi sembra quasi scontato e penso sia impossibile non affrontare il problema. Perché il nostro paese, come dice giustamente Salvatore Settis, è un museo diffuso. Noi viviamo seduti su dei giganti che rappresentano il nostro patrimonio». E come dovremmo muoverci per tutelare il passato e raccontare il presente? «Per rispondere prendo a prestito l'aforisma, tipico della querelle fra antichi e moderni, citato poi anche da Coleridge. Narra di un piccolo uomo che sale sulle spalle del gigante perché così può vedere più lontano. Ecco, forse il contemporaneo seduto sull'antico va oltre se stesso e sfida ogni epoca, torna ad essere cioè qualcosa di universale». La lezione quindi vale anche per Mantova? «Tutte le città italiane e soprattutto Mantova che ha una tradizione straordinaria, unica al mondo direi, non può vivere staccata dalla propria epoca». Intende dire che è un po' come vivere separati in casa.... «Esattamente. Da una parte l'antico museificato e dall'altra la vita quotidiana con tutte le sue rappresentazioni, i vizi e le sue virtù. Se non esistono collegamenti tra questi due mondi l'insieme risulterà sempre menomato». Questo però vale anche nell'ottica opposta... «Ovviamente sì. Perché pensare di vivere l'oggi senza sentirci antichi sarebbe come rinunciare alla nostra stessa identità, omologarsi all'insegna della globalizzazione. Altrettanto segno di una crisi e debolezza è confidare soltanto nella letteratura stereoripata, anacronistica e nostalgica del passato e dell'identità storica». Del 'Mac' si dibatte sin dagli anni Settanta. Fu il critico Francesco Bartoli a promuovere l'idea, rimasta tuttora irrealizzata. A suo avviso cosa potrebbe offrire alla città un 'luogo della contemporaneità'. «Intanto chissà che Mantova non bruci sul tempo Firenze, visto che anche lì se ne discute più o meno dallo stesso periodo. Penso sia importante che l'esigenza di questo spazio, eredità appunto di Bartoli, venga sollecitata dalla collettività e dagli intellettuali in particolare dalla nuova associazione 'Mac' promossa da Eristeo Banali. Sono convinto però che ogni movimento dal basso necessiti di un supporto. Non può essere cioè un organismo privato ma bensì un'istituzione pubblica ad assumersi la paternità di questa grande impresa culturale. Per quanto riguarda poi le prospettive future il momento è molto importante e, in vista di Expo 2015, le ricadute di un progetto simile in termini turistici e di sviluppo potrebbero essere interessanti». Il progetto Mac che caratteristiche dovrebbe avere secondo lei? «Questo riguarderà la direzione artistica e le istituzioni che, insieme, dovranno ragionare in anticipo sui contenuti. Diversamente si rischierebbe di creare semplicemente un bel contenitore. Ma, questo rischio, credo non ci sia viste le potenzialità già espresse da Mantova in termini di festival e di innovazione culturale sostenuti dal sindaco Fiorenza Brioni e dal vice Paolo Gianolio». Lei ha riscosso molta notorietà anche grazie al suo ruolo a palazzo delle Papesse... «E' stata un'esperienza fondamentale per me e credo anche rara. Nel senso che dare carta bianca a un giovane di 36 anni per trasformare una banca in un centro d'arte all'avanguardia non è cosa diffusa. L'amministrazione insomma è stata molto coraggiosa e il sostegno di Monte Paschi fondamentale. I risultati poi ci hanno regalato molte soddisfazioni». In termini architettonici se Mantova intendesse promuovere il progetto dovrebbe puntare sul recupero di un fabbricato industriale, un palazzo antico o pensare a una costruzione ex novo? «Prima di tutto il progetto museale dovrebbe essere di qualità, capace cioè di dialogare con le caratteristiche culturali e l'identità storica della città. Mantova è stata il centro del Rinascimento, celebrata per le sua collezioni, poi in parte purtroppo disperse. Il nucleo fondante è il rapporto tra arte e architettura. Se si rispettano queste peculiarità ogni via è praticabile». Ma se dovesse dare un suo parere specifico? «Probabilmente un nuovo segno architettonico continuerebbe la storia. Non c'è bisogno di ricordare che opere di geni quali Leon Battista Alberti e Giulio Romano hanno reso grande Mantova nel mondo».