Lartista palermitano, narratore, teatrante, poeta, pittore, cineasta che sia, ha per statuto anagrafico il dovere civile di tematizzare la mafia nel suo lavoro? La questione è stata riproposta recentemente in alcuni interventi: la implicava indirettamente Evelina Santangelo su queste pagine; la affronta con appassionata intelligenza, su un blog, Claudio Collovà, polemizzando con «gli spettacoli mafioso-light». Ma, più in generale, è il quesito che aleggia su ogni conversazione pubblica che lartista palermitano, guadagnata notorietà oltre lo Stretto, deve sostenere. Per provare a ragionarci sopra credo che possa essere utile un libro bello e terribile: "Patria 1978-2008" di Enrico Deaglio. Non è esattamente un saggio storico né un vero e proprio libro dinchiesta: è entrambe le cose e forse qualcosa di più. Costruito sul modello degli annali e calibrato sulla migliore tradizione della prosa giornalistica italiana, il volume «riporta gli avvenimenti piccoli o grandi come se fossero la notizia di un telegiornale, la scena di un film mai fatto o il risultato di uno scavo archeologico». A lettura finita, leffetto è alquanto perturbante: riordinati e schedati con puntiglio e sapienza, i reperti del grande catalogo allestito dallautore - che tra i nostri saperi, nella nostra memoria e nella nostra coscienza, quandanche ben presenti, si erano affastellati confusamente - diventano le tessere di un unico mosaico. E venti cruciali, fatti minuti, cronache nere e giudiziarie, pagine di costume ricompongono e illustrano trentanni di cronistoria pubblica di una nazione retta dal malaffare e dalle trame occulte. Anche dal nostro punto di vista il ponderoso lavoro dellautore torinese sorprende, nel raccontarci una storia che in fondo conoscevamo già: Palermo ha ricoperto un ruolo cruciale nella storia contemporanea del Paese (nella storia, si badi, non solo nella cronaca), non certo secondario a quello di altre capitali italiane quali Roma, Milano o Torino. La grande trasformazione postindustriale dellItalia, dei suoi assetti economici e istituzionali, ha avuto per protagonista Cosa nostra siciliana e i suoi referenti politici e imprenditoriali: è stata finanziata dagli enormi profitti della più grande industria di raffinazione e commercio di eroina dellOccidente; è stata indirizzata, nella sua parabola socio-politica, dai rapporti di potere funzionali a questo sistema. I mille morti ammazzati, solo a Palermo, tra il 1981 e il 1993, in questa prospettiva non sono altro che gli effetti collaterali di un capitalismo finanziario fondato sul crimine, perfino assimilabili ai cadaveri su cui si è fondato qualsiasi grande processo di produzione capitalistico moderno. Basterebbe soltanto fermarsi a riflettere, ancora una volta, su questo dato per archiviare una volta per tutte lannosa, e invero ormai stucchevole, controversia sulle ragioni per le quali la nostra Felicissima debba essere nota oltre lo Stretto. Dopo settecento anni di marginalità, nel secondo Novecento la città è tornata prepotentemente dentro la grande storia per merito della mafia (e, di riflesso, di chi lha combattuta) o, se si vuole, per merito di chi ha lasciato o voluto che la mafia diventasse, tra le altre cose, il più grande volano di accumulazione economica dellItalia del tempo presente e conseguentemente un attore capace di condizionarne la vita politica e civile. Non è, né mai potrebbe essere, ragionevolmente, per la perizia di un suo scrittore, per il talento di un suo regista, tantomeno per le sue bellezze architettoniche o per la dolcezza del suo clima e del suo paesaggio che la fama del toponimo "Palermo" può avere raggiunto o può raggiungere non solo un indiano Mapuche della Patagonia o un Inuit della Groenlandia, ma finanche un commercialista di Chiasso, nel mondo globalizzato. E soprattutto trovare posto nellenorme regesto della storia. Alla luce di queste considerazioni, la risposta al rovello iniziale dovrebbe essere scontata: certo che sì, allartista palermitano dotato di un minimo di senso civico tocca occuparsi di mafia. Personalmente, invece, ritengo che le cose non siano così scontate. Già il senso comune basterebbe a dubitare di questo assunto: García Márquez non ha scritto di narcotraffico, sebbene leconomia del suo Paese si fondi su quello: è come se lo avesse implicato, volando più alto; e lo stesso potrebbe dirsi di un lungo elenco di autori internazionali senza dubbio attenti al senso politico del loro lavoro e magari coinvolti personalmente nella vicende pubbliche delle proprie comunità, ma che non hanno esaurito la loro opera nella mimesi di ciò che stava davanti ai loro occhi. Inoltre, se stiamo assistendo a un rinnovato interesse per il "racconto della realtà" o per quello che i Wu Ming hanno solennemente chiamato New Italian Epic, daltro canto non mi pare che dagli artisti di casa nostra che in questi anni si sono scoperti "impegnati" siano pervenuti risultati memorabili; piuttosto, talvolta sembra che la mafia sia un ottimo argomento per confezionare prodotti seriali dal riconoscibile sentore di esotico-domestico in salsa siciliana, davvero imperdibili, poi, se trasmettono a chi li consuma il gusto edificante del civilmente impegnato. E a dirla tutta, infine: sarà davvero socialmente più educativo e perfino più antimafioso oggi, a Palermo, per Palermo, realizzare un documentario ruffiano su Provenzano o un film apocalittico con delle rovine umane? Un brutto poliziesco con qualche mafioso da repertorio o un romanzo su una sciagura aerea? Un reading esibizionistico sui morti di mafia o uno spettacolo ispirato a Eliot? Dopo avere auspicato per decenni la mobilitazione civile degli intellettuali, non vorrei che oggi, al cospetto di certe operazioni, si debba rimpiangere leffimero dellarte per larte.