Era un bel paesetto. La voce a questa punto non ce la fa più a sostenersi e se ne scende come se dovesse svenire, 'era fatto di palazzotti, come quello, e indica quel che resta di una facciata di un edificio, senza niente dietro, come teste intatte di corpi squarciati, era proprio un bel paesetto.' C'è silenzio per nemmeno un minuto, ma è più che sufficiente per capire il senso di morte che c'è nell'aria, che sta nelle gesta di un venticello fresco, che invece che scivolare sui campi ancora verdi di Maggio, se ne va sconsolato fra la polvere delle macerie, come in cerca della primavera perduta, come un vedovo che ha perso l'anima. Il tecnico della Soprintendenza ai Beni Culturali d'Abruzzo racconta di come Onna era l'espressione della volontà di possidenti locali di volersi ritrovare in un stesso nucleo abitativo, al fine di controllare centralmente le rispettive proprietà e di godere dell'organizzazione sociale. Il bel paesetto era il segno dell'intelligenza dei tempi, che ha portato ad un uso attento del territorio. La bellezza di questi luoghi era figlia di quell'impostazione. Viceversa: è la stessa magnificenza dei paesaggi che deve aver forgiato quelle menti ad operaie nella direzione del bello. C'è stata indubbiamente una influenza reciproca fra uomo e natura. Alla fine le scelte di allora si sentivano ancora, nonostante le epoche storiche; si percepivano come segni scolpiti sulla pietra. La modernità e la contemporaneità avevano solamente graffiato l'opera di quei signori; i palazzotti erano sempre gli stessi. Onna era infatti un paese di case signorili adattate alla vita di oggi. L'uomo non si è reso conto che mentre scalfiva in superficie il tempo lavorava nelle viscere dei muri, allentando e disgregando quello che sembrava avere la consistenza pi vicina all'eterno. Il terremoto non ha fatto altro che scoprire il paziente lavoro da termite degli anni, come quando si alza una pietra sopra un formicaio, liberando il vuoto dove sembrava pieno. I solchi scavati dalla volontà di menti illuminate, nella decomposizione della storia fatta di macerie indistinte, non ci sono più. Non è rimasto più niente'. Il tecnico della Soprintendenza pronuncia la frase senza guardare pi le teste mozzate di quegli edifici sbrindellati. E' girato di schiena e la voce pi che sentirsi si immagina. Preferisce vedere la montagna, la stessa di sempre. E' rammaricato per quello che si è perso; è pavido di fronte al futuro: sapremo noi essere bravi come quei signorotti?'. Davanti al naturale pessimismo, al terrore per i squarci di inferno che si sono intravisti, al timore dell'incertezza che forse fa pi male della nerbata della notte del sei Aprile, mi viene in mente l'opera della Protezione Civile. Il pensiero ci si aggrappa come un naufrago al suo relitto. Qui a Paganica si sente parlare dialetti di tutt'ltalia; si ha forte l'idea di Nazione. Probabilmente sarà la stessa cosa in tutta la provincia dell'Aquila. Qui a Paganica però un idioma è più presente degli altri. Si incontrano facce riconoscibili negli sguardi di chi ha già passato gli stessi momenti. C'è una delle sezioni della protezione civile pi organizzata, fatta di soldatini volenterosi, che a turno lasciano i loro abituali posti di lavoro per dedicarsi alle funzioni dei campi o del centro operativo, dalla mattina alla sera. Parlano con chi ha negli occhi ancora quei brutti momenti; gli sguardi si mischiano nell'esperienza e nel conforto di chi ci è già passato. Qui a Paganica c'è la Protezione Civile dell'Umbria. E' stata una delle prime ad arrivare per raccogliere le urla di disperazione. a allestito campi di accoglienza, li gestisce, li sposta e li migliora. E' una delle colonne delle funzioni del Centro Operativo Misto. L'esperienza di tecnici esperti del caso ha saputo guidare e consigliare le scelte della Protezione Civile; ha eseguito nel pi breve tempo possibile le verifiche di agibilità necessarie per contare gli sfollati. Accoglie con il sorriso chi ancora con gentilezza estrema chiede informazioni. Sa anche raccontare l'esperienza della ricostruzione in Umbria, come segno di speranza per chi vuole ridisegnare solchi intelligenti in quella terra. Avevate i motori accesi, dice il tecnico della Soprintendenza, siete arrivati subito dopo; come avete fatto?' In questa sorta di anno zero per tale zona d'Abruzzo, mi viene in mente che l'Umbria non ha dimenticato l'aiuto che le è stato dato quasi dodici anni fa. Non solo: questa Regione ha tracciato percorsi rispettosi della natura in un tessuto che era distrutto; questi possono dare conforto anche a chi, oggi, non crede che sia più possibile.