Terminati i restauri della piccola Cappella voluta da Paolo III Farnese nel cuore del Palazzo Apostolico e affrescata dal Buonarroti: recuperati i colori antichi e ripristinato l'altare che Paolo VI aveva fatto sostituire - Il sacello non verrà aperto al pubblico. È un luogo privato di Benedetto XVI adibito all'esposizione dell'Eucaristia Immaginate due artisti chiamati a confrontarsi con Michelangelo a dieci anni dalla sua morte, a quaranta dalla inaugurazione del Giudizio, essendo ancora fresca di stampa l'ultima edizione delle Vite di Giorgio Vasari, l'autore che aveva consegnato il nome di Buonarroti all'aura del genio ineguagliato e ineguagliabile e, quasi, allo statuto della "divinità". Immaginate anche che a questi due artisti venga offerto di concludere una impresa pittorica avviata da Michelangelo stesso e quindi di lavorare nello stesso luogo dove, più di venti anni prima, il venerato Maestro aveva lasciato i suoi due ultimi capolavori ad affresco. Questa singolare circostanza, lusinghiera e imbarazzante allo stesso tempo, capitò a Lorenzo Sabatini e a Federico Zuccari quando Papa Gregorio XIII Buoncompagni decise di affidare a loro (insieme a una folta schiera di stuccatori, decoratori, doratori) il completamento della Cappella Paolina nei Palazzi Apostolici. Negli anni Quaranta del XVI secolo, subito dopo la conclusione del Giudizio in Sistina, Michelangelo dipinse i due celebri episodi con la Conversione di Saulo e la Crocifissione di San Pietro. Poco più di venti anni dopo intervennero Sabatini e Zuccari insieme ai molti artigiani stuccatori e decoratori i cui nomi affollano i registri di pagamento. Se in Paolina Michelangelo aveva eseguito i murali con la Conversione di Saulo e la Crocifissione di San Pietro i restanti otto decimi della Cappella risultano occupati dagli episodi della vita dei Principi degli Apostoli dipinti da Sabatini e da Zuccari e dalla decorazione ad affresco e a stucchi bianchi, policromi e dorati della volta e del presbiterio. Questo era il primo e più delicato problema affrontato dal progetto di restauro. Un restauro che diretto da Arnold Nesselrath, eseguito dal Laboratorio Pitture dei Musei Vaticani per coordinamento di Maurizio De Luca con Maria Pustka, interamente finanziato dai «Patrons of the Arts» le associazioni di cattolici stranieri legate alla Santa Sede a sette anni dall'avvio del cantiere verrà inaugurato il 4 luglio prossimo alla presenza di Benedetto XVI. La Cappella Paolina è arrivata fino a noi caratterizzata da una sostanziale unità di stile, di aura, di patina. I pittori incaricati di completare l'impresa avviata da Michelangelo, comprensibilmente preoccupati e intimoriti dal confronto, vollero tenersi saggiamente sotto tono, per nulla competitivi e anzi mimetici per quanto possibile del supremo modello Sabatini nella Caduta di Simon Mago, lo stesso Zuccari nei nudi allegorici della volta attenti a non creare disarmonie nel contesto stilistico generale. Non diversamente si comportarono i molti artisti, artigiani, decoratori, restauratori, che intervennero nel tempo all'interno della Cappella. Si può dire che non c'è stato papa negli ultimi quattro secoli che non si sia occupato della Cappella "parva" dei Palazzi Apostolici. A partire da Paolo III Farnese, il Papa di Michelangelo che affidò ad Antonio da Sangallo la edificazione dell'ambiente (1537-1542), attraverso i pontificati di Gregorio XIII, Alessandro VIII (1690), Benedetto XIV (1741) e poi di Gregorio XVI, Pio IX, Leone XIII fino agli anni di Paolo VI Montini (1974-1975) che tentò un discusso riordino della parte presbiteriale, i Romani Pontefici hanno sempre guardato con occhio speciale a questo ambiente relativamente piccolo che è fuori dai percorsi museali, che è al servizio esclusivo dei sacri palazzi e che porta con sé un significato simbolico altissimo. Più di qualsiasi altro luogo vaticano (Sistina compresa) la Cappella Paolina stringe in sintesi la missione e il destino della Chiesa Romana Cattolica. Infatti vi sono raffigurati, tratti dagli Atti degli Apostoli, gli episodi della vita dei Santi Pietro e Paolo, fondamenti della gerarchia e della dottrina. Quando sull'altare viene esposto il Santissimo Sacramento il ruolo del Papa, custode del «Corpus Christi» nella legittimità della sequela apostolica e nella fedeltà alla ortodossia, vi è perfettamente significato. Per tutte queste ragioni è sembrato giusto intervenire sulla Cappella Paolina come su un insieme omogeneo, privilegiando l'unità di stile, le affinità di tono e di patina, la coerente complessità dei significati simbolici. Avremmo potuto puntare il fuoco del restauro sul solo Michelangelo isolandolo e qualificandolo rispetto al resto. Sarebbe stato un atto critico arbitrario che avrebbe fatto torto alla armoniosa stratificazione storica che ha dato immagine nei secoli alla Cappella Paolina. In questa filosofia di intervento siamo stati sostenuti dalla commissione internazionale di autorevolissimi studiosi (da Michel Hirst a Christoph L. Frommel, da Cristina Acidini a Pierluigi De Vecchi, da Howard Burns a Gianluigi Colalucci) che ha vigilato sul cantiere fin dall'inizio. L'unica importante modifica dell'esistente ha riguardato la parte presbiteriale che è stata restituita all'aspetto che aveva prima degli interventi di Paolo VI. In accordo con i responsabili della Casa Pontificia e con lo stesso Santo Padre che ha reso visita al cantiere durante il restauro, è stato ricollocato l'altare in marmi policromi rimosso a metà degli anni Settanta del secolo scorso; distaccato ora dalla parete di fondo quanto basta per renderlo funzionale sia alla Messa versus crucem che a quella versus populum. Naturalmente siamo consapevoli che l'attenzione di tutti è rivolta a Michelangelo, ai suoi due affreschi ora riemersi dopo la rimozione della scura camicia di sporco, di beveroni alterati, di ritocchi incongrui che li opprimevano. È un Michelangelo, quello che lavora in Paolina negli anni Quaranta del Cinquecento, in tutto simile all'autore del Giudizio: stessa gamma cromatica, stessa imperiosa saldezza plastica, spesso stesse idee e stessi disegni riutilizzati nell'occasione. C'è semmai di più e di diverso, rispetto al Giudizio, una visione se possibile ancor più tragica e pessimistica della Umanità e della Grazia. Quel Cristo che scende da un cielo catastrofico ad afferrare, a "tirare su", Saulo disarcionato e accecato, precipita su gente terribile, violenta, disperata. Non si erano mai visti prima, nella pittura del Buonarroti, volti così stravolti dalla stolidità e dall'odio, positure così disarticolate ed eccentriche, una altrettanto grande esibizione di ferina energia. Sembra quasi che Michelangelo si interroghi sul mistero teologico della Salvezza misteriosamente offerta a una umanità immeritevole. Se lo chiede Michelangelo e abbiamo l'impressione che se lo chieda anche San Pietro il quale ci guarda irato nel momento stesso in cui viene issato a testa in giù sulla croce, quasi dubbioso della utilità del suo martirio. È l'idea terribile che un altro Michelangelo, il Merisi da Caravaggio, ripeterà fra mezzo secolo nella Cappella Cerasi in Santa Maria del Popolo.