L'AQUILA. Prima le chiese, le piazze e le fontane. Poi le case. Il futuro del centro storico aquilano guarda al passato. È il parere dell'architetto Marcello Vittorini , urbanista e progettista, tra gli altri, dei piani regolatori di Piacenza, Faenza e Ravenna e dell'ospedale dell'Aquila. Quale il metodo da seguire? «Per la ricostruzione bisogna usare i criteri che hanno portato alla nascita della città. Partire dalle chiese, dalle piazze, dalle fontane e poi ricostruire quello che c'è intorno. Inoltre, bisogna adeguarsi alla realtà che cambia. Se Bertolaso e la Soprintendenza ai monumenti seguiranno questo criterio va benissimo». Quali difficoltà si potranno incontrare nella riapertura del centro? «Adesso si tratta di riprendere il contatto tra la città e i suoi abitanti. È il problema più importante, capire la reazione della gente e poi aggiustare il tiro. I tempi lunghi? Dipende. Lei pensi che quando nacque L'Aquila, intorno al 1250, si iniziò con le opere di urbanizzazione primaria. Si svilupparono le chiese, le piazze e le fontane. Poi arrivarono da fuori città gli abitanti. Oggi bisogna adeguarsi ma le fontane sono quelle, il segnale della ripresa deve partire dai luoghi di aggregazione. In piazza del Mercato ci sono edifici pubblici e sacri. Bisogna partire da lì, da piazza Santa Maria Paganica, piazza San Bernardino». Guardando la «zona rossa» e le sue ferite è difficile pensare a una riapertura in temi rapidi. «Certo, partire dalle domande o da un gruppo di case non si può. Per esempio, su piazza Duomo si dovrebbe dare la precedenza agli edifici pubblici, e non sarebbe male far ripartire il mercato anche solo in piccola quantità, far riappropriare gli aquilani della loro città». Non pensa, come sostengono alcuni, che le nuove case possano snaturare il disegno urbanistico della città? «Le nuove case servono per sopperire alle prime esigenze per poi avere un patrimonio edilizio sostitutivo. Se costruite in periferia, non incidono sul disegno urbano. Il disegno è sempre quello del tredicesimo secolo. Quando fu incoronato Celestino V la città era già delineata e ospitò circa 200mila persone». Gli aquilani che oggi vivono fuori torneranno? «Chi è stato scioccato dall'acqua bollente teme anche gli schizzi di acqua tiepida. Si deve iniziare dai lavori nelle case con piccoli interventi. Chi aveva la casa in centro storico è in albergo. C'è stato un periodo di grande velocità e di ripresa delle attività. Ora serve un periodo di maggiore riflessione e trovare la via giusta. Sono scettico sugli Stati generali della ricostruzione perché potrebbero confondere urbanistica con architettura in larga scala. È il primo caso di città capolugo distrutta e l'unico caso cui far riferimento è il sisma del 1700. Fu disastroso e rimasero duemila persone nella città e nel contado».