Fra qualche anno sarà certo possibile scrivere la storia di alcune piazze cittadine che hanno segnato l'apertura e la chiusura di un'epoca, forse il breve giro delle Grandi Speranze di cui narrava Dickens, che spesso a Napoli finiscono in poco, e una di queste piazze sarà senz'altro Piazza Bellini. La piazza dei caffè letterari, riconquistata alla barbarie del centro storico, ma anche la piazza dello spaccio; la piazza libera della comunità gay che però spesso viene assaltata (come è accaduto nel giorni scorsi con l'aggressione a una ragazza). Molte cose e persone e ipotesi progettuali sono passati da questa piazza e hanno visto una crescita e una fine: la promozione culturale del libro, gruppi di persone che scrivevano, musica, giornalismo, teatro, arte e cinema si sono spesso dati qui appuntamento. Per qualche anno, certo, è sembrato che questa piazza fosse uno dei simboli della famosa e abortita rinascita napoletana, poi l'abbandono e l'entropia hanno ripreso forza e, anche se i caffè letterari sono ancora qui, non è più a Piazza Bellini che «accadono» gli eventi, mentre sempre più spesso la piazza si ritrova purtroppo agli onori della cronaca per fatti criminosi. Resta il fatto che questa piazza, circondata da bellissimi palazzi e chiese, soglia del Conservatorio e dell'Accademia di Belle Arti, punto d'incontro e d'accesso ai decumani, resta una delle più affascinanti di Napoli. Piazza Bellini prende il nome da Vincenzo Bellini, straordinario musicista, catanese d'origini ma formatosi a Napoli, all'interno di quell'alveo, centrale nella storia della musica classica europea, che prende il nome di Scuola Napoletana. Dalla prima metà del Cinquecento fino al primo Novecento, infatti, la tradizione della Scuola Napoletana dei conservatori fu ininterrotta: qui nasceva l'opera comica, anticipatrice della futura opera buffa. Qui insegnarono Domenico Cimarosa, Gioacchino Rossini, Giovan Battista Pergolesi, Leonardo Vinci, Francesco Cilea. E qui nacque l'uso dei castrati, che per generazioni avrebbero «meravigliato» le corti di tutt'Europa. Vincenzo Bellini, capace di influenzare musicisti d'epoche distanti, da Wagner a Luigi Nono, a Napoli aveva lasciato l'amore della sua vita, Maddalena Fumaroli, impossibilitato a sposarla a causa del padre di lei che lo considerava un artista senza futuro, nonostante le sue opere fossero ormai rappresentate al San Carlo e di lì a poco alla Scala di Milano, a Parma e a Parigi. E se Piazza Bellini porta il nome di un artista moderno, una storia ben più antica l'ha attraversata, basti ricordare le mura greche che affiorano al suo centro, ma anche le vicende di Palazzo Conca, oggi corpo unico con il convento di Sant'Antoneillo delle Monache. Dai primi anni Ottanta sede dei caffè letterari - il 1799, IntraMoenia, evaluna libreria delle donne - e di storici centri alternativi - il ristorante Sorriso Integrale fondato da Gino Sansone, che oggi invece gestisce in via Martucci il ristorante Semi di Sole, il Centro Shen, il Centro Bio Edile - nonché un noto ristorante arabo, Palazzo Conca è il complicato frutto di una storia sanguinosa e turbolenta, che le vite private dei proprietari del palazzo testimoniano nel corso degli anni. Racconta Aurelio De Rose che il palazzo al principio non era che una casa in rovina, acquistata per quattro soldi, per l'esattezza per 55 ducati e mezzo, da Scipione Pandone, conte di Venafro. Pandone aveva fatto restaurare e abbellire l'edificio, ma il nipote, Enrico, si era a tal punto indebitato da dover partire per la guerra, al seguito di Odet de Foix, signore di Lautrec, luogotenente di Francesco I, nella campagna contro gli spagnoli per l'assedio della sua stessa città, Napoli. Odet, noto per la sua crudeltà, contava di risolvere l'assedio napoletano in velocità, allagando i campi intorno alle mura con le acque di Serino, ma l'impaludamento aveva causato una pestilenza tale che l'esercito e lo stesso Odet ci avevano rimesso la pelle (tanto che la collina su cui sorge il cimitero di Poggioreale si chiama ancora Lotrecco, in funereo ricordo). Enrico, pur scampato all'assedio, era stato preso e ucciso e il palazzo, confiscato da Carlo V, veniva donato al marchese d'Alarçon che, con l'occasione, acquistava altri beni circostanti a apriva l'attuale via San Sebastiano. Ma era venuto fuori un chirurgo, tale Luca Lepore, che diceva di aver curato il figlio di Enrico Pandone per una gamba storta e che in cambio i Pandone si erano impegnati a lasciargli beni e palazzo. La disputa andò avanti per decenni, fino a che, dopo acquisti e nuove edificazioni, il palazzo non passò ai principi di Conca, per 12.027 ducati: includeva «giardino, edifici, larghi, taverna, botteghe, piccole camere verso la strada e la soggetta verso il monastero di Sant'Antonio» (pare proprio di vedere l'attuale disposizione di librerie, associazioni culturali e ristoranti). Matteo principe di Conca vi andava ad abitare e in più sposava Giovanna Pacheco, nipote del viceré Miranda: con loro palazzo Conca diventava, per la prima volta, luogo di incontri letterari e salotto aperto alla città, con ospiti come Giambattista Marino e Torquato Tasso. Ma l'infelice sorte dei vari proprietari non si fermò qui: negli anni seguenti altri ancora vennero assassinati, avvelenati, espropriati, traditi dalle donne, contribuendo alla fama cupa del palazzo, secondo la leggenda abitato da numerosi fantasmi che, si dice, vi vaghino dentro giorno e notte, nonostante nel 1694 un terremoto abbia raso al suolo il vecchio corpo di fabbrica. Oggi, dunque, diverso nell'aspetto, palazzo Conca conserva però almeno alcune delle sue vocazioni originarie: confinare con monasteri, ospitare eventi culturali ed essere teatro, talvolta, di fatti oscuri: ancora oggi, nella piazza i delitti, come si può leggere nelle cronache, non mancano. Una storia ancora più antica riguarda poi il palazzo che fronteggia l'altro lato della piazza, Palazzo Firrao, una delle più belle facciate d'Italia, elegante come un libro d'ore: di recente e per lunghi anni sede dell'acquedotto, il palazzo disegnato da Cosimo Fanzago o forse a Jacopo e Dioniso Lazzari, prende il nome da un'ascendenza normanna. Racconta sempre Aurelio De Rose che i Firrao discendevano da un Raoul o Rahones, venuto a Napoli al seguito di Roberto il Guiscardo : «filii Rahones» divenne Firrahoni e poi Firrao. Un'atmosfera misteriosa e ariostesca alita nei decori dipinti della facciata: donne, leoni, cornucopie, cavalli rampanti, forse anche un massonico compasso. Sul marcapiano, una incomprensibile scritta latina, che non nessuno è mai riuscita a tradurre. Il Palazzo nasconde, quindi, il mistero irrisolto dalla famiglia che lo possedette e lo volle decorare ed anche un'aura di miracolo: lo risparmiarono i lazzari di Masaniello per la presenza sulla facciata del busto di Carlo V, che i napoletani del Seicento consideravano un benefattore. Pare che dietro il palazzo sorga un bellissimo giardino, ma per vederlo occorrerà aspettare la fine dei restauri. Nel frattempo, le palme della piazza ombreggiano a stento le antica mura greche e di questa modesta ombra ci dobbiamo almeno accontentare, vagando (felici) fra le proposte delle librerie storiche di Port'Alba.