Il dibattito Il sovrintendente della Scala: il Manifesto? Chi produce arte parla con i fatti e non con gli annunci. Bisogna pensare alla qualità delle proposte Lissner: Scala, Piccolo e Triennale, eccellenze europee Certo, per uno come lei che viene da Parigi, Milano le sarà sembrata una città provinciale... «È provinciale pensarlo risponde Stéphane Lissner, da quattro anni sovrintendente della Scala . Provinciale è un aggettivo snob, non mi piace. Parigi e Milano sono due realtà diverse, inutili i confronti. Quanto a Milano ha una sua specificità. Un 'unicum' nel mondo». In che senso? «Che qui esistono, a breve distanza l'uno dall'altro, due teatri, la Scala e il Piccolo, che sono due eccellenze culturali riconosciute ovunque. La Scala con i suoi 200 anni di storia è il riferimento primo per la lirica, il Piccolo ha conquistato il mondo con la sua carica di novità impressa nel dopoguerra da Strehler, Grassi, Nina Vinchi. I due teatri più importanti d'Italia sono a Milano, non a Roma. È un dato di fatto. A questi aggiungerei una terza presenza, la Triennale, oggi un polo dell'arte d'Europa». Insomma, Milano capitale 'naturale' della cultura. Ma la cultura sembra passarsela non troppo bene di questi tempi. «La crisi ha dato via libera a una domanda ricorrente: cosa serve la cultura? La cultura non rende, sostengono molti. E non solo a Milano. Si chiede alla cultura di giustificare la sua esistenza, la si accusa di sperperi, la si tratta come merce. Il marketing viene prima della creazione. Si pensa sempre più alla distribuzione, sempre meno alla qualità del prodotto». E invece? «Non è questa la sua missione. Gli artisti pongono domande scomode, quelle che nessuno vorrebbe sentire. Meno che mai i politici. Lo stato continua a ridurre i contributi, auspica un intervento dei privati sempre maggiore. Può funzionare negli Usa ma non da noi, dove c'è una tradizione, un patrimonio culturale che lo stato ha il dovere di sostenere, evitando la precarietà del lavoro. Invece si ragiona con la logica dei numeri: quanti spettatori, quanti incassi... Ma creare è altra cosa. Bisogna dare agli artisti la possibilità di esprimersi». Dove e come? «Sono francese, prendo come esempio una realtà che conosco: la Cité de la Musique a Parigi. Un luogo della musica aperto a tutte le orecchie, dove si può ascoltare Boulez ma anche il più stravagante gruppo etnico, vedere una mostra o andare al cinema. In più, confinando con la Villette, la città della scienza, le famiglie possono trascorrere giornate intere soddisfacendo le curiosità più diverse. A Milano manca uno spazio così, un Parco della Cultura dove incontrarsi, discutere, aprire la mente a stimoli e imprevisti. Un'arte 'aperta', non codificata, sinergica, innesca la creatività del pubblico, stimola la solidarietà, scavalca individualismi e paure. Un luogo della speranza. Potrebbe essere un obiettivo importante dell'Expo». Al momento l'Expo non sembra attraversato da grandi slanci culturali. «L'Expo è una chance fantastica. Un progetto eminentemente culturale, attorno a cui si aggregano architettura, edilizia, infrastrutture. Non viceversa. Un evento non celebrativo del passato ma propositivo per il futuro. L'inizio del cambiamento di una città che vuole vivere meglio. Non importa che tutto sia pronto per il 2015. Quel che mi interessa è ciò che accadrà dal primo gennaio 2016, e per i successivi 30, 40 anni». Chi dovrebbe fare da motore a tutto questo? «Gli esclusi, ovvero gli artisti. Scrittori, musicisti, registi, pittori, architetti... Bisogna farli entrare nella squadra Expo, ridar loro la possibilità di esprimere una riflessione utopica, di progettare una nuova città ideale della cultura. Non tutto sarà ovviamente realizzabile, ma è dal sogno che si deve ripartire ». In questo ideale Parco della Cultura, dovrebbero trovar spazio anche le istituzioni già esistenti? «Certo. Sarebbe giusto e bello che tutti partecipassimo. Il concerto di Natale della Scala potrebbe trovare lì una replica per una platea ben più vasta, inimmaginabile in un teatro, da offrire a prezzi popolari». Dove far nascere un simile contenitore? «Anche in periferia, purché ben servita dai mezzi pubblici. Penso all'Auditorium di Roma, criticato perché troppo defilato. L'altra sera, dopo il concerto della Scala con il Requiem di Verdi, c'era così tanta gente che non sono neanche riuscito a entrare nella libreria. Ed era quasi mezzanotte». A conclusione, cosa spera da questo Manifesto che ha visto così tanti interventi? «Più che a riconoscere lo stato delle cose vorrei servisse a inventarne di nuove. Chi produce cultura parla con i fatti, non con gli annunci».