Il grande scultore parla del suo territorio adottivo: le mostre estranee e un cenacolo che si estingue SULLA VERSILIA. «Non sopporto guardare verso il mare e non vederlo, perché il panorama è coperto dagli ombrelloni. È una mancanza grave, sono convinto che la sentono tutti. Il mare lo ritrovo d'inverno e di primavera, per fortuna». SULLA CUCINA. «Mi piace mangiare qui. È un posto curioso, mescola bene i sapori di terra e quelli di mare. Un giorno ho mangiato le cozze con la salsiccia. Beh, quella è stata un'esagerazione... ma divertente». SUI LUOGHI. «Forte ha troppi negozi e poche bellezze. La spiaggia più bella della Versilia è la la spiaggia di levante, a Viareggio. Si sentono i profumi delle piante, la salsedine. Un luogo speciale». Un angelo rosso come il sangue e il fuoco, uno sfondo nero come il buio. È un'enorme tela in mezzo all'atelier; Igor Mitoraj ha finito di dipingerla. Non è mai stata esposta; la vedranno tutti tra pochi giorni in una galleria del centro. Osserviamo, senza commentare. In questo salone pieno di terracotte e bozzetti, entra anche la timidezza. «Per un artista - confessa Mitoraj - è difficile parlare "delle" sue opere, lui parla "attraverso" le sue opere». Così restiamo in silenzio, per un po', a guardare l'angelo rosso, con i capelli lunghi, vicino all'oscurità nera; i due colori si incontrano sulla destra della scena e suscitano pensieri cupi. È come se la notte volesse ghermire quell'angelo, prendendolo di sorpresa. Oppure è l'angelo ne è appena uscito, ce l'ha fatta, e ora, distante e austero, volge le spalle alla notte, non degnandola di uno sguardo. E chissà se è così. Nella casa-studio lungo la Sarzanese, Igor Mitoraj conversa con parole lente e sguardi profondi. Varchiamo il cancello automatico, ci sediamo su un divano verde; ne usciamo due ore dopo. Nel taccuino, come alghe a riva, restano i pensieri di uno dei più grandi scultori viventi, sollecitato sull'arte e sulla "sua" città adottiva. Che cosa le piace, oggi, di Pietrasanta? «La pulizia. Non è mai abbastanza, a dire il vero, e si può fare sempre meglio; tuttavia è nettamente migliore di 10-15 anni fa. Non solo quella orizzontale, anche quella verticale: le pareti degli edifici sono quasi tutte in buone condizioni. Poi mi piace la professionalità degli artigiani che lavorano nella scultura. Straordinari. Un'eccellenza mondiale». Che cosa non le piace, oggi, di Pietrasanta? «Troppi ristoranti e pochi laboratori. Troppi localini serali, che vanno bene ma sono in eccesso. L'artigianato è quasi scomparso. I prezzi per abitare stanno diventando impossibili; Pietrasanta è più cara di Parigi. Venire a vivere e a lavorare qui è impossibile; in compenso, trionfano le seconde case per vacanza e i pubblici esercizi». Insomma il centro sta diventando un luogo dove passare alcune belle ore della giornata. Ma non più un luogo dove vivere. «Esatto. E questo diventerà un danno per tutti». E gli eventi d'arte, la convincono? «Da qualche anno, no. Le mostre non sono collegate rispetto alla realtà dell'arte pietrasantina: non c'è la pietra di qui, troppe resine e altri materiali. Le mostre dovrebbero esaltare le risorse di questa zona». C'è tutta un'aneddotica - o una mitologia - sugli incontri tra artisti a Pietrasanta. Grandi scultori e giovani apprendisti che si ritrovano nei bar o all'edicola, fanno gruppo, si confrontano. Un'agorà, un cenacolo dell'arte. Ma è proprio così? Oppure siete tutti delle prestigiosissime solitudini, che non entrano in contatto reciproco? «Tanto per cominciare, l'edicola che frequentavo io (e con me tanti altri colleghi) ha chiuso. Questa riflessione ha molto a che vedere con quella precedente, sull'artigianato, sui prezzi e sui ristoranti. Una volta, sì, eravamo un cenacolo. Ma non perché eravamo più buoni, o più intelligenti. Semplicemente, c'erano le condizioni giuste. Quando arrivai a Pietrasanta, una trentina d'anni fa, alloggiavo in un paio di piccoli alberghi. Con me c'erano altri artisti ed era un primo contatto. Poi prendi casa, ti adatti ai ritmi di vita, conosci le persone. E allora gli incontri si infittiscono, per strada, al bar, nelle case. Ma se siamo sempre in meno ad abitare realmente il centro di Pietrasanta, se i laboratori sono in via di estinzione, se persino l'alimentarista o il barbiere scompaiono, se il modello di vita cambia, dove e come può proseguire il cenacolo? La spersonalizzazione di una comunità è un rischio. Prima c'era una vita comune. Oggi ognuno cucina la sua zuppa». Ed è colpa solo della città, degli altri? Non può essere anche colpa vostra? «Sì, un po' è colpa anche di noi artisti. Tutti molto concentrati nell'inseguimento dei soldi». Questa conversazione sta diventando disfattista. Va tutto male, prima era meglio, bei tempi. Troppa negatività. Forse lei, dall'alto di cultura ed esperienza, dovrebbe indicare delle possibili soluzioni. (sorride, all'aggettivo "disfattista") «Va bene. Una soluzione è quella di coinvolgere di più le menti. Portare idee nuove, autorevoli. Qualcuno che non tenga presenti solo le finalità commerciali e turistiche. Questa città si affermata come un luogo dove si respira arte. Ora non dobbiamo tradire le aspettative di chi viene qui sperando di trovare l'arte». E per fare questo occorrono i cervelli. «Per esempio, la mostra più importante dell'anno non dovrebbero sceglierla i politici (chiunque essi siano) ma gli uomini di cultura. Come un comitato, che indichi quale artista debba esporre in piazza, e con quale progetto. Qualcuno esterno, che se ne intenda. E non sto certo proponendo me stesso». Le "persone importanti" dell'arte conoscono Pietrasanta? «La conoscono e la frequentano. Lei resterebbe stupito del livello di ospiti che Pietrasanta accoglie ogni anno, spesso senza che nessuno lo sappia. Direttori di grandi istituzioni museali americane, galleristi e collezionisti internazionali. Prima di andare alla Biennale di Venezia, passare da Pietrasanta è diventato un obbligo». Allora siamo a cavallo. Tutti ci conoscono, tutti ci stimano, l'arte è qui. Perfetto. «No, ripeto; perché si tradiscono certe aspettative». C'è un gran dibattito, nel mondo, su quali siano i giusti spazi per l'arte. Che cosa ne pensa dei musei? «In linea di massima, non sono un entusiasta dei musei; preferisco l'aria aperta. In una piazza o lungo un viale, una persona può incontrare l'arte più facilmente. I musei, sono ambienti sterili, anzi, sterilizzati anche senza volerlo, erigono delle barriere; per andare a vedere le opere occorre prendere un'iniziativa. E poi conosco sotterranei di musei dove le opere d'arte restano per anni, nascoste, a marcire. Tuttavia, esistono musei che mi piacciono. Sono quelli di architettura postmoderna e i recuperi di archeologia industriale». "All'aria aperta" significa anche in mezzo a una rotatoria? Quelle sculture, scusi, non possono essere avvicinate. E si guardano solo con distrazione, mentre si guida l'auto. L'idea delle sculture nelle rotatorie, come "messaggio" di introduzione alla città, non la trovo sbagliata. Piuttosto direi che nelle rotatorie di Pietrasanta ci sono alcune opere brutte o bruttissime». Lungo la via di Scorrimento ce n'è una sua. «Si sbaglia. Me lo dicono in tanti, sa? È di un americano, credo. Non mia». Tra tante osservazioni che la gente avrà fatto sulle sue opere, qual è quella che l'ha colpita di più? «Nessuna frase, nessuna parola. A Firenze, all'Aida, una piccola sarta dietro le quinte mi ha abbracciato ed era emozionata nel guardare il mio lavoro. Ecco, queste sono le cose che ricordo».
Il Tirreno
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FA
Fabrizio Brancoli
Il Tirreno
Artista / Persona
Bene culturale
Luogo
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