In principio, in epoca pre-unitaria, erano i regolamenti dornato che governavano lattività edilizia e la stessa denominazione la dice lunga sullattenzione che i nostri trisavoli dedicavano allestetica, come categoria dello spirito che li guidava nel dare un volto alle città. E le città crescevano ordinatamente nei profili e negli allineamenti degli edifici, ma anche nel giusto equilibrio fra pieni e vuoti, con poche regole ma da tutti condivise, nel rispetto reciproco delle distanze e dei distacchi, nelle belle architetture e negli ornamenti, esibiti come monili appartenenti alla comunità cittadina, che li ostentava con orgoglio. Tutte quelle virtù che oggi ci fanno apparire i centri antichi come preziosa eredità del passato. Poi, a partire dagli anni Quaranta, con lavvento della prima legge urbanistica, vennero i piani regolatori e i regolamenti edilizi. Chiunque volesse esplicare una qualsiasi attività edilizia e urbanistica - costruire trasformare ampliare - tale da alterare la disposizione o laspetto esterno del contesto architettonico, era tenuto a presentare il relativo progetto alla pubblica amministrazione, che ne controllava non solo il rispetto di leggi e di norme sulligiene, sulla sicurezza e sulla vivibilità degli edifici, ma anche il valore architettonico e il decoro, sempre in omaggio al concetto di armonia, sovrastante qualunque altro requisito di qualità. Non a caso della Commissione edilizia deputata ai controlli faceva parte oltre agli amministratori, agli specialisti e ai rappresentanti delle corporazioni professionali, anche un artista (pittore o scultore). Venne quindi la legge ponte del 1967 che doveva integrare e sostituire solo temporaneamente la legge urbanistica del 1942 (tuttora vigente, a quarantanni, a dispetto del concetto di provvisorietà), con la quale la densità fabbricativa diviene il parametro dominante nel contesto dei valori che definiscono un intervento edilizio. Non più la forma, il valore architettonico e il decoro, sul cui controllo le commissioni edilizie non si pronunziano, a protezione dellautonomia dellestro creativo rivendicato dalle corporazioni professionali. Ma la quantità di metri cubi per metro quadrato che lo strumento urbanistico assegna, con criteri non sempre oggettivi e trasparenti, ad ogni area edificabile. Larea edificabile diventa così oggetto di mercato e lurbanistica materia da agenzie immobiliari e da ragionieri. Nessuno più discute, nel momento solenne della concessione edilizia, della crescita ordinata della città, del valore architettonico, del decoro, di quelle categorie di valori che appartengono alla collettività. Con la conseguenza che la costruzione di un edificio rientra quasi esclusivamente nella sfera del diritto privato, che nulla concede allimmagine del contesto urbano. Frutto di una tale concezione che risolve lo sviluppo urbanistico attraverso una serie di interventi individuali, è la città senza volto, quale si è sviluppata negli ultimi cinquantanni, in cui i singoli episodi costruttivi appaiono privi di una identità riconoscibile, fondata più sui valori fondiari che su unidea della forma. E a suggello di una simile prassi consolidata, viene definitivamente cancellato il controllo della qualità architettonica, abolendo le commissioni edilizie e demandando agli uffici tecnici la verifica dei parametri quantitativi che definiscono la consistenza di ogni intervento edilizio. La nostra generazione non è stata più capace di concepire una strada se non per le sue funzioni circolatorie, indifferente alla qualità estetica del contesto costruito. Così come non ha saputo dotarsi di una piazza come spazio pubblico circondato da edifici armonicamente composti per fare da cornice e da accoglienza allesercizio delle attività sociali, in cui la comunità cittadina si riconosca e ravvisi lo spazio come luogo di sua appartenenza. È venuto ora il momento di riflettere sul fallimento dellurbanistica novecentesca e sulla necessità di riappropriarsi della perduta cultura della città con i suoi connotati umanistici. Ma mentre le più avanzate ricerche nella disciplina dellurbanistica puntano sulla riqualificazione della città esistente e sul recupero degli squilibri che caratterizzano le sue recenti espansioni e le sue periferie, si abbatte sui destini dellItalia, come un macigno, il "piano casa". Non più regole per ristrutturare trasformare ampliare soprelevare. La forma, larchitettura sono scomparse come valori peculiari e fondanti nello sviluppo della città. Nessun controllo preventivo alla crescita volumetrica indiscriminata degli edifici. Nessun rispetto a quei limiti e rapporti dimensionali che la legge ponte del 1967 considerava come inderogabili. Questo laberrante disegno governativo che si propone, meritoriamente, di risollevare le sorti del comparto edilizio, in forte crisi occupazionale e di investimenti. Ma che lascerà profonde ferite nel già martoriato patrimonio edilizio e urbanistico della nazione, se non verranno adottate adeguate misure che restituiscano la supremazia alla qualità architettonica e allequilibrato sviluppo del territorio. Solo un sussulto di buon senso dei politici che ci governano potrà a questo punto salvarci da una iattura che incombe a tappeto sullintera nazione. Ma non ci facciamo illusioni, essendo il disegno governativo sostenuto da un travolgente consenso di una vasta platea di proprietari immobiliari, bassamente solleticati da una ghiotta occasione per sottrarsi a leggi regolamenti controlli procedure burocratiche, e stimolati nellistinto primordiale di uno sfrenato individualismo. Con il sostegno del pensiero libertario della politica imperante e con buona pace dellidea di città che i padri dellurbanistica moderna avevano sognato.