Lintervento di martedì su queste colonne di Pietro Soldi ("Lavori pubblici senza strategia") offre lo spunto per una riflessione supplementare. Lautore invita in sostanza a considerare che una via duscita dalla paralisi della città va proposta anche quando "non cè un euro". Come? Con le riforme senza spesa, quelle che non costano. Ma che succede quando i soldi ci sono o se ne annuncia la disponibilità? Ultimo esempio i 240 milioni che laccordo di programma per il centro storico riserva al perimetro di Neapoliswaterfront dallarea portuale fino al Monte Echiaparte dei Quartieri Spagnoli. È una buona notizia, certo. Ma poi? La medaglia ha unaltra faccia. Lannuncio, per coloro che frequentano quei 700 ettari di città antica, rinvia ai cantieri che trasformeranno le aree degli interventi, già stressate dai lavori della metropolitana, in una groviera protetta da palizzate e recinzioni. Dai pertugi nel selciato quante pietre greche salteranno fuori? Quante sovrintendenze diranno la loro? Quanti stop ai lavori? E quante varianti? Se tutto va bene, quindi, siamo rovinati. Secondo punto. Accade nel frattempo che si è persa ogni memoria di un altro strumento annunciato. La zona franca urbana di Napoli Est (e Torre Annunziata e Mondragone). Chi lha vista, chi ne parla, chi la sa? Eppure la Zfu potrebbe forse ancora fungere da sponda alla riqualificazione del centro antico. Quei 700 ettari hanno bisogno di un allentamento demografico, che oggi è da terzo mondo. Occorre decongestionarlo, perché la pressione demografica è il primo freno al suo rilancio turistico. La Zfu potrebbe servire allo scopo. Napoli Est dista, più o meno, un chilometro in linea daria dallarea dei decumani. Qui la densa commistione di plebe e borghesia è traccia residuale di una capitale europea che, diversamente da alcune altre, non fu mai "sventrata", preservando il suo peculiare mixage antropologico. Non fu mai sventrata. Meno che mai si potrebbe farlo oggi, che lUnesco vi ha posto il proprio sigillo. Ma chi ha detto che non possa essere "svuotata"? Da almeno due decenni Napoli ha perduto migliaia di abitanti che si sono trasferiti in periferia. Larea di Neapolis è rimasta invece più o mento intatta, perché il bilancio è in equilibrio: cè chi va, cè chi viene, a cominciare dagli immigrati. Secondare lesodo naturale, dando al movimento uno sbocco più ravvicinato, potrebbe non essere unimpresa impossibile. Come? Un piano simile al Risanamento nittiano per Napoli Est. Quartieri popolari di moderna concezione nella zona che va dal Mercato alla zona industriale, da Barra a San Giovanni a Teduccio. Il resto lo fanno gli incentivi da Zfu: esenzione totale dalle imposte dirette, esonero dallIrap, esenzione dallIci, esonero totale per cinque anni dai contributi sulle retribuzioni dei lavoratori dipendenti. Ma a chi assegnare i benefici? Terzo punto. Dire basta alle lusinghe dei parchi e dei poli tecnologici. Nella migliore delle ipotesi, si chiudono nel proprio recinto di laboratori hi tech. Sbarrano accessi, palettizzano parcheggi, sollevano i ponti levatoi. Al territorio offrono un valore aggiunto, in termini di animazione sociale, pari a zero. Certamente inferiore agli outlet e ai centri commerciali. Bisognerebbe viceversa privilegiare, nellassegnazione delle esenzioni e degli incentivi, le iniziative delle imprese giovanili. E dei giovani tout court. Incentivi, microprestiti, sportelli dedicati. Per due motivi fondamentali. Quarto punto. Se cè un settore che non conosce flessione nella grande crisi del turismo mondiale è quello dei giovani. LIstat ha calcolato che nel 2008 i viaggiatori sotto i 14 anni sono stati 5,4 milioni, circa il 59 per cento degli adolescenti italiani. Se nè accorta anche Napoli, infatti è qualche anno che i bedbreakfast spuntano lungo i decumani (e non solo) come funghi, mentre le suite degli alberghi del lungomare restano vuote. Perché Napoli Est non potrebbe diventare unarea ostello - vicina alla stazione, al porto, allaeroporto - dei viaggiatori teenager che vogliono conoscere la nostra città? Ci sono poi i giovani di dentro, i nostri. Spesso sono il problema più che la soluzione, per tanti motivi. Ma nei quartieri della cinta periferica e nei centri della grande periferia napoletana, mondo che resta sconosciuto ai più, di solito sciamano come un fiume, dal pomeriggio a sera inoltrata, tra la via grande e la piccola, la villa, la piazza e la stazione. Si radunano, anche in tenerissima età, attorno a una panchina, una pizzetteria. La loro vitalità conferisce almeno a quei luoghi una sembianza di esistenza in vita. Perciò è mal posta lalternativa "quartiere universitario o museo aperto", "più giovani o più turisti". Laddove oggi ci sono più giovani, sarà più probabile che domani si fermino i turisti. Aprire i cantieri non è facile, chiuderli è difficilissimo. Di qui al 2012 chissà quanti nastri vedremo tagliare. Ma una leadership degna del nome, di questi tempi, non si misura solo su quante risorse europee riesce a impegnare, ma su quanti e quali processi sociali riesce a guidare. Perciò il banco di prova di una classe dirigente, dora in poi, specie nella nostra città, si chiama ingegneria sociale.