Apre il nuovo museo sull'Acropoli greca. In attesa dei marmi Adesso sarà difficile per il British Museum e per l'Inghilterra intera sostenere che i marmi del Partenone possano essere meglio conservati in terra nordica. Il nuovo museo battezzato ieri sull'Acropoli di Atene, una teca di cristallo già paragonata a una nave sbarcata in pieno quartiere Makriyianni, ha tutti i numeri per poter riaccogliere i famosi fregi e le metope del tempio trafugati nell'Ottocento dall'ambasciatore inglese Lord Elgin, oggi custoditi (gelosamente) al British. Il museo, parallelo al Partenone che dista solo trecento metri, è stato costruito in otto anni dall'architetto svizzero Bernard Tschumi; si innalza su tre piani di trasparenze e occupa ventunomila metri quadri, riuscendo ad ospitare oltre quattromila e cinquecento reperti illuminati con la luce naturale, che certo in Grecia non manca. Ma i fregi originali, che un tempo adornavano magnificamente il Partenone, non sono lì ad occupare le ariose sale. L'Inghilterra ha sicuramente guardato con grande imbarazzo al progetto d'Atene che via via si ingrandiva e tanto deve aver sperato in un qualche intoppo che bloccasse quel museo che il direttore del British, Neil McGregor, ha pensato bene di declinare l'invito all'inaugurazione. Il fregio del Partenone era originariamente composto da 115 pannelli. Di questi 94 esistono ancora e 36 si trovano ad Atene, ma ben 56 sono al British Museum e uno è al Louvre. Delle 92 metope, invece, 39 sono ad Atene e 15 a Londra. Anche diciassette statue dai frontoni, compresa una Cariatide e una colonna dell'Eretteo, figurano attualmente in Inghilterra. Un bottino ingente, che venne prelevato con modalità violente: nel 1800, Lord Elgin, ambasciatore inglese a Costantinopoli, con il consenso del sultano che dominava sulle terre greche, intascò gli originali con sfrontatezza. Montò le impalcature e spogliò il Partenone. La razzia fu così esagerata che suscitò un dibattito parlamentare e la repulsione del poeta Byron. Poi, il governo capitolò e acquistò quei marmi dodici anni dopo il loro arrivo a Londra (nel frattempo, chiusi in magazzini di carbone, stavano rapidamente deteriorandosi). La Grecia aveva già sperato in una possibile restituzione in occasione delle Olimpiadi del 2004, ma l'Inghilterra non si aprì a trattative. Ora il governo di Atene ha rivolto un appello a tutti coloro che credono nei valori di civiltà discendenti dall'antica Grecia, affinché aiutino a «riportare a casa i marmi del Partenone in esilio forzato» al British. In un incontro con i giornalisti stranieri a poche ore dal vernissage del nuovo museo dell'Acropoli, il ministro della cultura Antonis Samaras ha sottolineato che in questo gioiello dell'architettura sono ospitati capolavori che testimoniano una delle «più alte aspirazioni estetiche» nella storia dell'umanità. Aspirazioni, ha aggiunto, manifestatesi quando «alle pendici dell'Acropoli sorse una coraggiosa nuova idea radicale» e cioè che le società «funzionano meglio se tutti i cittadini sono eguali e liberi di determinare le proprie vite e di partecipare alla conduzione dello stato: in una parola nacque la 'democrazia'». E siccome la bellezza deve essere alla portata di tutti, il biglietto del museo, fino al termine dell'anno, costerà solo un euro. Quanto un giro in autobus. Da Londra, però, non giungono buone notizie: «il governo britannico non gestisce i nostri musei nazionali che operano in modo libero da interferenze politiche», ha fatto sapere un portavoce del ministero della cultura. Per fugare ogni dubbio su chi abbia una posizione legittima in questa querelle culturale si consiglia la lettura del libro appena uscito I marmi del Partenone. Le ragioni della loro restituzione di Christopher Hitchens (Fazi editore)