ESALTATA, in età moderna, per le attività dei Florio e i prestigiosi ospiti di donna Franca accolti nelle dimore liberty compostamente allaltezza, la Palermo post moderna vive il paradosso dello scollamento irrimediabile tra le accurate esegesi compiute negli anni su quel particolare fenomeno sociale, economico e artistico, e la sporadicità delle testimonianze su cui si continua, proficuamente del resto, a discettare. Un convegno celebra il centenario dello stile che ha segnato unepoca Uno splendore che ha tarpato le ali alle generazioni successive e poi distrutto dalle amministrazioni La ferita aperta di Villa Deliella distrutta nel giro di una notte e i 1726 ricorsi presentati contro il piano regolatore del 1962 per esigenze private Bisogna avere la capacità di andare oltre quella stagione per capire cosa abbiamo appreso da quel magistero e trasferirlo in altri linguaggi Lultimo incontro che vede riunite personalità di primordine per le celebrazioni del centenario del movimento liberty in Italia, che inizia oggi alla Galleria darte moderna che le promuove, non poteva non prendere avvio da un confronto tra il Liberty palermitano, impersonato dal suo massimo cantore Ernesto Basile in concerto con le realizzazioni delle officine Ducrot e la pittura di Ettore Maria Bergler fra gli altri, e le esperienze che nella medesima stagione generarono linguaggi diversi ma paralleli in Italia e in Europa. Non vi è dubbio che gli studiosi convenuti apporteranno ulteriori interessanti contributi alla analisi di un movimento ancora in grado di riservare sorprese, eppure non si può fare a meno di notare come gli studi e le ricerche in questo ambito, alimentando il mito di una vera o presunta epoca doro della società palermitana di inizio secolo intenta a creare cose notevoli, inneschino un inevitabile raffronto con la società del presente che mostra di adagiarsi su una perseverante assenza di progettualità per il futuro, proprio e del territorio che governa. Si ha la sensazione che la propensione a rifugiarsi in un invidiabile frammento di esistenza che continua a darci lustro - il nostro liberty, i nostri architetti, le nostre produzioni, finanche nostre le imprese dei Florio, dei Whitaker, degli Ingham, dei Gulì, degli Utveggio - abbia tarpato le ali alle generazioni successive, o addirittura fornito alibi per ammantare di memorie sublimi le scelleratezze urbanistiche compiute dalle sopravvenute classi politiche e sociali, del tutto prive di scrupoli e spregiudicate nella gestione della res publica. Quando lo storico dellurbanistica Mario Inzerillo annota i 1.726 ricorsi riversati sul piano regolatore del 1962, quasi tutti improntati a soddisfare «soltanto specifiche esigenze private» con la richiesta di più elevate cubature per la residenza a scapito di servizi e verde pubblico, quello che emerge è lo «spaccato della società palermitana colpita nei propri interessi dal provvedimento di approvazione del piano regolatore», che picconò quel liberty senza nel tempo troppo modificare i propri orientamenti. E difatti, al rammarico formale per la distruzione di un immaginario di eleganza e perfezione su cui si spendono fiumi di inchiostro, non corrisponde tuttora laccorta gestione delle risorse residue che servirebbe ad evitare ulteriori impoverimenti, culturali e sostanziali, alla città e al territorio. E quando ancora Inzerillo ricorda come «a tempo di primato, in maniera barbara, senza salvare nulla, facendo scempio di maioliche, fregi, ferri battuti e della vegetazione arborea», nella notte di sabato 28 novembre 1958 venisse abbattuta Villa Deliella "opera insigne di E. Basile", la sua sensazione che «la tutela del nuovo piano non rientrava nelle intenzioni della amministrazione» in carica per non essersi avvalsa della legge di salvaguardia, pure oggi la facciamo nostra e non solo per gli scempi di allora. Gli illustri studiosi che si soffermeranno nuovamente sulle grazie del liberty palermitano, mettendo in luce il ruolo di musei e gallerie nel testimoniare la diversità delle espressioni artistiche e le loro relazioni con la cultura europea del tempo e odierna, non potranno tuttavia esimersi dal registrare gravi lacune nella (presunta) politica di salvaguardia degli edifici sopravvissuti, titubante perfino nel prescrivere tutela e congrua destinazione a un monumento quale il Villino Ida, la casa-studio di Ernesto Basile già per Gianni Pirrone la sua «opera più qualificata nella quale il linguaggio modernista sembra talmente libero da riferimenti stilistici locali», e per Eliana Mauro ed Ettore Sessa «reperto decontestualizzato di quella composta civiltà dellabitare della borghesia medio-alta palermitana della Bella Époque». La "casa bianca" che avrebbe, in un contesto culturale più effervescente del nostro, già sistemato al suo interno, - come proposto da Matteo Iannello che su queste pagine ha denunciato il «profondo stato di abbandono in cui versa» - quanto reperibile di documenti darchivio, mobilio, testimonianze e memorie di un fenomeno tanto celebrato dalla cultura accademica quanto trascurato nella pratica politico-amministrativa. Che potrebbe perfino "monetizzare" la sua specificità con la istituzione di un Centro studi e documentazione capace di elevare, con una costante opera di divulgazione, coscienza e conoscenza di quanti non sanno o non vogliono saperne del valore "spendibile" delle eredità culturali. Le quali non si fermano alla ultranota parentesi del liberty, del resto oramai più cartaceo che lapideo, ma comprendono altri percorsi e testimonianze del Moderno che da quella esperienza trassero forza e nutrimento, connotando una stagione di pari dignità seppure non sufficientemente esplorata. La distruzione delle opere del modernismo, operata con una brutalità tale da non lasciare tempo per approfondimenti, non ha soltanto decimato quei manufatti in cui poteva leggersi il "manifesto" del nuovo linguaggio, bensì ha sconvolto dalle fondamenta limpianto della città liberty che si distingueva dalla storica per ladozione di una «maglia urbanistica a scacchiera come intrinseca espressione di salubrità e igiene» e di «tipologie edilizie riducibili alla casa a blocco, di tre o quattro piani, alla palazzina e al villino isolato», sempre dotati di giardini. La sostituzione delle «graziose ville signorili», come furono definite, con i condomini multipiani e lo spianamento dei giardinetti antistanti, ha mutato profondamente volto e assetto della città e ridotto i villini superstiti a pure icone di una "stagione felice". Volendo aprire un dibattito sullo sviluppo, e i conseguenti limiti, della città moderna e costruire un condiviso e condivisibile progetto per il futuro, bisogna andare oltre la stagione del liberty per vedere cosa abbiamo saputo apprendere da quel magistero, e trasferirlo se ne siamo capaci in altri linguaggi, altre tensioni, altre prospettive architettoniche e urbanistiche. Per dimostrare la nostra persistente capacità di dare vita a nuove brillanti stagioni culturali, allaltezza del liberty perduto.
SICILIA - l'eterno rimpianto della cuttà felice
Il convegno per il centenario del movimento liberty in Italia ha celebrato la sua eredità e il suo impatto sulla città di Palermo. Tuttavia, gli studiosi convenuti hanno anche evidenziato le lacune nella politica di salvaguardia degli edifici sopravvissuti e la mancanza di progettualità per il futuro della città. La distruzione di opere del modernismo, come Villa Deliella, ha avuto un impatto profondo sulla città e ha ridotto i villini superstiti a mere icone di una "stagione felice". Gli studiosi hanno chiesto di andare oltre la stagione del liberty per vedere cosa abbiamo saputo apprendere da quel magistero e trasferirlo in altri linguaggi e prospettive architettoniche e urbanistiche.
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