Scuole senza allievi: a rischio uneccellenza italiana DallIstituto di Roma allOpificio delle pietre dure di Firenze, iscrizioni bloccate da tre anni ROMA - Restauratori addio. I nostri capolavori darte hanno sempre più bisogno di esperti bravi e capaci che li sappiano curare a dovere. Proprio come quelli preparati nelle Scuole di alta formazione del ministero dei Beni culturali: lIstituto superiore centrale per il restauro di Roma (Iscr) e lOpificio delle pietre dure di Firenze. Scuole gloriose e famose. A detta di tutti, le migliori al mondo. Eppure, dal 2006 queste scuole non accettano più nuovi allievi e ora stanno per diplomare gli ultimi studenti rimasti. E con le scuole vanno languendo anche gli istituti perché «lIstituto trae vita dal rapporto con la scuola, molte ricerche si fanno proprio con gli studenti», spiega Massimo Bonelli direttore della scuola dellIscr. Che accusa: «Allestero siamo sulla bocca di tutti: lItalia trascura il suo fiore allocchiello». In realtà, un importante passo avanti è stato fatto: è pronto lo schema di regolamento del ministero che stabilisce quale sarà il nuovo percorso formativo dei restauratori. Nel 2006 infatti laggiornamento del Codice dei beni culturali e del paesaggio (d.l. n.156) aveva stabilito allarticolo 29 che si può definire restauratore solo chi abbia terminato un corso di laurea di 5 anni o equivalente, con una prova finale avente valore di esame di Stato. Da qui il blocco delle due Scuole (ora quadriennali), nellattesa di sapere come riorganizzarsi per rispondere ai nuovi requisiti. Regole precise e vincolanti che i restauratori vanno in realtà invocando da decenni, perché finora gli allievi delle due scuole ricevevano un titolo di studio glorioso ma non spendibile legalmente fuori dal Ministero. Un titolo che rischiava di naufragare nel mare magno delle scuole di restauro di ogni tipo, sorte come funghi nel nostro paese per rispondere alle richieste crescenti. Dal corso di pochi mesi a quello di anni. Da chi fa poco più che bricolage a chi mette mano su Tiziano o Giotto. Un gran calderone, una totale anarchia. «Una realtà di mortificazione continua denuncia la direttrice dellIstituto centrale di patologia del libro Armida Batori, la cui scuola è ferma addirittura dal 1987 Esportiamo know how allestero ma nel nostro paese ne sviliamo il valore». Il nuovo testo è frutto di un lungo ed estenuante braccio di ferro tra rappresentanti dei ministeri dei Beni culturali e dellIstruzione, e del Consiglio universitario nazionale (Cun). Regola la struttura dei corsi, il rapporto studenti-docenti, i requisiti delle scuole. Ha avuto il via libera dal Consiglio di Stato e sta lentamente percorrendo liter che lo vedrà apparire prima o poi sulla Gazzetta Ufficiale. «Finché non vedo non ci credo» dicono però i restauratori in coro. «Ora ci vuole la volontà politica di fare le cose» commenta Enzo Siviero vicepresidente del Cun. Per cominciare, le Scuole di alta formazione devono attendere un ulteriore decreto attuativo del ministero. Ma soprattutto hanno bisogno di soldi. «Io appena possibile ripartirò, anche se dovrò tenere tutto assieme con lo scotch», afferma decisa la direttrice dellIscr Caterina Bon Valsassina. Mentre la direttrice della scuola dellOpificio Letizia Montalbano ha qualche dubbio, anche perché molti esperti stanno andando in pensione e non vengono rimpiazzati, e dunque sarà costretta ad assoldare docenti esterni. Siamo al paradosso. Competenze tanto preziose si stanno disperdendo col rischio conseguente di scadere in qualità. Finora il danno è stato in parte arginato dal sorgere di nuove scuole che, ispirandosi al metodo di Iscr e Opificio, sono già strutturate come corsi di laurea quinquennali. È il caso della nuova Scuola di alta formazione del Ministero sorta nel 2006 al Centro di Venaria Reale a Torino (autorizzata per legge ad avviare corsi sperimentali in associazione con luniversità). E prima di lei il Centro regionale del restauro del Friuli Venezia Giulia, lUniversità di Urbino, lUniversità di Palermo (associata al Centro per il restauro della Regione). O la scuola che lIstituto per la patologia del libro ha avviato da questanno con lUniversità di Tor Vergata («Non potevo più aspettare dice Batori vi ho destinato quasi tutto il nostro budget»). Sono in un limbo legislativo perché comunque si dovranno riadattare alla nuova classe di laurea, e il titolo di studio che ora rilasciano andrà valutato. Nel frattempo però hanno colmato un vuoto, anche se ogni giorno i centralini di Iscr e Opificio ricevono telefonate di chi spera nella loro riapertura. Ma la realtà vera del restauro in Italia, fuori dagli ambienti ovattati delle grandi scuole, è molto diversa. Gioca sullambiguità, in assenza di regole. Al punto che molte imprese abilitate al restauro non hanno come direttore tecnico un vero restauratore. Secondo uno studio dellAssociazione restauratori italiani (Ari) dello scorso ottobre, sono 124 su 529. Eppure lavorano. Anche allestero, grazie alla fama guadagnata dalle alte scuole. «Oggi quella fama è un vero boomerang dice sconsolata la presidente dellAri Carla Tomasi Leccellenza italiana oramai non esiste più».