Fermiamo il saccheggio dei cercatori d'oro. Nessuno violi l'"Ancona"»: il soprintendente del mare in Sicilia, Sebastiano Tusa, si è fatto portavoce di una crociata per impedire che l'Odyssey Marine Exploration, una compagnia di cercatori d'oro di Tampa in Florida, impegnata da anni nelle ricerche di tesori marini, metta le mani sul piroscafo «Ancona» e sul suo prezioso carico d'oro. E' una storia terribile e triste quella del siluramento dell'«Ancona». Fu un crimine di guerra, come titolò il Daily Mirror il 26 novembre del 1915? O si trattò di un brutale assassinio di gente indifesa e non in assetto di guerra, come lo definì il governo statunitense dell'epoca protestando con Vienna? L'«Ancona», una nave di 8188 tonnellate di stazza, lunga 147 metri e larga 17,70, giace a circa 400-500 metri di profondità in acque internazionali tra la Sardegna, la Sicilia e la Tunisia, a circa 90 miglia marine a ovest di Marettimo e a 60 miglia a Nordest di Bizerta. Quel gioiello della tecnologia, armato dalla Società di navigazione a vapore di Genova, era partito da Trieste, aveva fatto tappa a Napoli e poi a Messina per accogliere disperati diretti in cerca di fortuna a New York, tappa finale della lunga traversata. Con loro c'erano anche 12 barili di lingotti d'oro, forse frutto di transazioni tra banche. La sera del 17 novembre del 1915 il cielo era cupo. Il capitano dell'«Ancona», Pietro Massardo, si trovava sul ponte della «nave degli emigranti» quando ricevette un'informazione via radio che riferiva i sottomarini nelle vicinanze. Non ne fece però cenno ai passeggeri. Il sottomarino c'era veramente. Era l'U38 guidato da Max Valentiner. Issava bandiera austriaca ma era tedesco. La Germania allora non era ancora entrata in guerra. Tra i due comandanti ci fu un'intera giornata di comunicazioni via radio. Valentiner voleva che il capitano dell'«Ancona» consegnasse il piroscafo e tutto il suo carico. Massardo si oppose e l'«Ancona» fu silurato. Morirono 206 persone, tutte quelle che non riuscirono a lasciare il piroscafo. Una tragedia che, come per il Titanic, sarebbe stata meno pesante se ci fosse stato a bordo un numero sufficiente di scialuppe. E invece no. Tra scialuppe lanciate troppo presto in mare e sommerse dalle onde ed altre che mancavano, circostanze unite al panico dei passeggeri, quella dell'«Ancona» fu una tragedia di immani proporzioni. Fece scalpore e suscitò sdegno in Italia contribuendo a rinforzare il fronte degli interventisti. Testimonianze del siluramento dell'«Ancona» si trovano nei giornali dell'epoca, ma anche negli archivi tedeschi dove c'è il resoconto del comandante dell'U38. Nel 2007, la società americana Odyssey ha individuato l'esatto punto in cui giace il relitto e ha avanzato al Tribunale di Tampa in Florida la richiesta sui diritti del piroscafo e l'autorizzazione al recupero. Le leggi americane riconoscono il diritto di proprietà a chi trova o recupera un tesoro. Il Tribunale di Tampa ha dato un anno di tempo a chi vuole fare opposizione per presentarla. Si è fatta avanti Madrid, ma la richiesta è stata respinta perché non è un piroscafo spagnolo. L'unica che ha interessi e può opporsi è l'Italia. La battaglia per salvare l'«Ancona» dai cercatori d'oro è tutta siciliana. L'ha avviata il soprintendente del Mare, Sebastiano Tusa, chiedendo alla Farnesina di intervenire e allegando il dossier sull'«Ancona». Le autorità consolari hanno ottenuto una proroga, ma i tempi stanno per scadere e l'archeologo ieri da Gela è tornato alla carica. «Negli abissi ci sono i nostri corregionali. Quell'oro è dell'Italia e della Sicilia e bisogna opporsi al saccheggio di un nostro cimitero. Il governo italiano lo può fare appellandosi alla convenzione dell'Unesco del 2001 che tutela i cimiteri di guerra definendoli intoccabili». L'assessore regionale ai Beni culturali, Gaetano Armao, dal canto suo si è impegnato ad incontrare la prossima settimana il sottosegretario agli Esteri, Scotti, per sollecitare un'energica opposizione italiana al saccheggio dell'«Ancona».