Giuliano Urbani, ministro per i Beni culturali, cade dalle nuvole: «Davvero Francesco Nuti ha detto una cosa simile?». Sì, ha annunciato che se non gli saranno dati i soldi per girare un film, il 15 febbraio si suiciderà. Poiché aveva chiesto un finanziamento al suo ministero, in caso di rifiuto, lei potrebbe essere considerato responsabile del suo gesto... «Ma io non c'entro nulla. La sorte di Muti è nelle mani delle due commissioni che scelgono e finanziano i film di qualità, commissioni assolutamente indipendenti». Non potrebbe fare un controllo? Urbani allarga le braccia e scuote il capo. Finita l'intervista, Panorama ha compiuto una verifica in altre stanze del ministero. Risultato: la commissione Cinema ha bocciato all'unanimità il finanziamento al film di Nuti. Una decisione presa prima che il regista minacciasse il suicidio. Ministro Urbani, tutti i suoi colleghi di governo si lamentano della tirchieria di Giulio Tremonti. E lei? Come sono messe le casse del suo ministero? Non mi posso lamentare: grazie all'ultima Finanziaria, la dotazione dei Beni culturali è stata aumentata. Si è infatti stabilito che nei prossimi anni il 3 per cento degli investimenti in grandi opere dovrà essere destinato ai beni culturali. È un bel passo avanti: il budget annuo del ministero passerà quest'anno da 2,1 a 3,8 miliardi di euro. Finora, dei 2,1 miliardi a disposizione, potevamo destinare ai restauri solo 500 milioni di euro. Insomma, per una volta Tremonti non è stato avaro... Lo ringrazio pubblicamente. Con le nuove possibilità di spesa possiamo avvicinarci agli altri paesi europei, che pur avendo meno beni culturali dell'Italia destinano alla loro conservazione una quota del pil superiore alla nostra. La Spagna impegna lo 0,35 del pil, la Germania lo 0,33, il Portogallo lo 0,25 e la Francia lo 0,18, noi appena lo 0,17. C'è di più. Con le nuove strutture create dal governo, la Patrimonio spa e la Infrastnitture spa, si potranno fare interventi ulteriori, in aggiunta al 3 per cento. Per esempio? Pensiamo di valorizzare le grandi aree archeologiche situate in prossimità della rete autostradale, come quella di Luni, vicino a La Spezia. Vogliamo che non ci siano solo il parcheggio e l'autogrill, ma una vera e propria struttura museale all'aperto. Lo stesso faremo poi a Pompei, a Ercolano e in altri siti archeologici di cui stiamo redigendo la mappa. Pensiamo anche di intervenire sui centri storici e su alcuni grandi palazzi demaniali che oggi ospitano uffici pubblici e che di certo non possiamo trasformare in supermercati. Tremonti ha fatto una battuta perfino sulla sede del suo ministero: «Il palazzo di via XX Settembre? Potremmo trasformarlo in un grande museo dell'economia». Condivido. Dopo tante polemiche, si è capito che il Colosseo e la Fontana dì Trevi non possono essere alienati. Ma per il resto? Avete stabilito quali beni lo Stato potrà vendere e quali no? Vorrei fugare ogni dubbio una volta per tutte. Quando ha firmato i decreti costitutivi della Patrimonio spa e della Infrastnitture spa, il presidente Carlo Azeglio Ciampi ci ha invitato a mettere in chiaro quali erano i beni alienabili e quali no. Una giusta preoccupazione, che il presidente Silvio Berlusconi ha raccolto facendo proprio il decreto presidenziale di Carlo Azeglio Ciampi, che già nel 2000 aveva fissato i confini di inalienabilità del patrimonio artistico. In più, ora cercheremo di fissare bene la soglia oltre la quale, come ha detto bene il professor Salvatore Settìs, dirett