L'Italia può aver sbagliato molti passaggi in materia di politica estera negli ultimi anni, sia col centrodestra che col centrosinistra. Ma un comparto ha sicuramente ottenuto clamorosi successi: i rapporti internazionali in materia di beni culturali. Mantenendo una linea unitaria (Francesco Rutelli come Rocco Buttiglione o Giuliano Urbani e come ora Sandro Bondi) l'Italia è riuscita miracolosamente a non contraddirsi. Ha anzi graniticamente perseguito una politica di recupero da parte di quei grandi musei statunitensi (uno per tutti: il Getty) caduti nelle trappole dei mercanti internazionali legati al traffico illecito di tesori strappati alla terra dai tombaroli e da mediatori privi di scrupoli. Ma parallelamente è stata protagonista (ancora un caso per tutti: la stele di Axum riportata in Etiopia) di alcune restituzioni che rappresentano autentici capitoli nella giurisprudenza mondiale del settore. Per questo fa piacere l'elogio che lo scrittore, saggista e polemista britannico Christopher Hitchens ci rivolge sul Corriere di oggi ricordando il «generoso gesto» con cui il presidente Giorgio Napolitano ha restituito alla Grecia un frammento del fregio del Partenone conservato a Palermo, decisione imitata subito dal Vaticano. Da tempo in Gran Bretagna è attivo un movimento per la restituzione dei cosiddetti «marmi Elgin» alla Repubblica ellenica. E il fatto che l'Italia venga indicata come un esempio da seguire rappresenta un grande risultato non solo sul mero piano dell'immagine (e già basterebbe) ma attribuisce alla nostra linea un'autorevolezza che ci permetterà di proseguire ottenendo (sia sul piano del ritorno nel nostro Paese che per ulteriori, eventuali restituzioni) traguardi ancora più clamorosi. A questo punto sarebbe interessante conoscere il parere dei tanti, furiosi custodi dei nostri beni culturali (primo tra tutti Vittorio Sgarbi) che ai tempi del viaggio di ritorno della Stele di Axum verso l'Etiopia ("inutlie rimandarla in Africa, lì non la vedrà nessuno, disgrazia a chi porterà via la stele») coniarono autentiche invettive contro una scelta che, al contrario, rispettava addirittura un impegno sottoscritto nel trattato di pace Italia-Etiopia nel 1947. Fatti, non parole, insomma. E serietà.