Metodi Le nuove apparecchiature portatili consentono indagini meno invasive e affidabili che possono essere effettuate sul posto in tempi rapidi Negli ultimi 60 anni si è assistito ad un notevole sviluppo delle metodologie scientifiche nel campo dei Beni Culturali, dall'archeologia alla storia dell'arte. Tali metodologie hanno permesso di ampliare ed approfondire la conoscenza delle società e delle culture del passato. Accanto al ben noto metodo del radiocarbonio, che ha permesso di datare molti reperti di natura biologica, altre tecniche sono state sviluppate e applicate per studiare e caratterizzare i materiali costituenti i Beni Culturali. Tali studi si sono rivelati non solo indispensabili per la diagnostica, il restauro e la conservazione (i più importanti musei e istituti, come il Louvre e l'Istituto Centrale del Restauro, dispongono di avanzatissimi laboratori scientifici), ma anche utilissimi per determinare la provenienza delle materie prime e per ricostruire le tecnologie di realizzazione dei manufatti; fattori legati allo sviluppo e agli scambi sia commerciali che culturali. Tra le metodologie fisiche, finalizzate allo studio dei materiali, vi è la fluorescenza ai raggi X. Essa si basa su un fenomeno analogo, la fluorescenza nel visibile, in cui la materia, avendo assorbito energia, la rilascia sotto forma di radiazione luminosa, il cui colore è caratteristico della composizione del materiale stesso. Su tale fenomeno si basa il funzionamento dei tubi fluorescenti e delle lampade a basso a consumo, come quello dei televisori a colori a tubo catodico. Nel caso della fluorescenza ai raggi X sono gli atomi, costituenti la materia, che, una volta stimolati con un opportuno flusso di energia, emettono raggi X caratteristici. Infatti, essi, la cui natura è la stessa della luce visibile, come questa si presentano in una grande varietà di «colori », e come per la luce visibile il colore dipende dalla natura degli oggetti, così atomi diversi emettono raggi X di diverso «colore». In pratica la fluorescenza nei materiali in studio è stimolata con un flusso di raggi X prodotto da un generatore, simile a quello impiegato per le radiografie; un opportuno rivelatore di radiazione raccoglie i raggi X di fluorescenza emessi dal campione e ne determina la quantità e il «colore»; tali dati dipendono dalla composizione chimica del materiale, che può essere così misurata. Due sono i punti di forza di questa metodologia: la possibilità di essere impiegata sul campo, usando apparati portatili, e la sua non-distruttività; è, infatti, possibile operare sui reperti senza effettuare prelievi o manipolazioni direttamente nei siti archeologici o nei musei. Nell'Università Federico II di Napoli opera il laboratorio di Archeometria per analisi mediante fluorescenza X. Qui sono stati progettati e realizzati vari apparati, sia fissi sia portatili, estremamente versatili ed impiegati nello studio dei materiali nel campo dei Beni Culturali. In particolare sono in dotazione tre diversi apparati mobili dalle caratteristiche e potenzialità diverse ed è operante un apparato fisso che permette di determinare la composizione dei materiali con un prelievo di pochi milligrammi e in grado di determinare la presenza di elementi in quantità inferiore al miliardesimo di milligrammo. Con tali apparati sono stati affrontati vari temi, sia in laboratorio sia sul campo: dalla metallurgia dell'oro a quella del bronzo, dagli affreschi di epoca romana alle malte del Rione Terra di Pozzuoli (nelle immagini a destra), dal degrado dei materiali al riconosci-mento dei pigmenti, dallo studio di provenienza delle materie prime a quello delle ceramiche. Professore di Fisica sperimentale Università Federico II di Napoli Archeochimica Possono essere analizzate varie sostanze Si può indagare dalla metallurgia dell'oro a quella del bronzo, dagli affreschi di epoca romana alle malte del Rione Terra, al riconoscimento dei pigmenti