Ricostruzione 100 per cento: è la richiesta più ricorrente a l'Aquila e dintorni, quella più gridata alla manifestazione di ieri a Roma. Strano chiedere qualcosa che dovrebbe essere scontata, dopo un terremoto: rimettere in piedi quel che c'era prima, a beneficio di chi ci viveva prima. Magari con qualche garanzia antisismica in più, un po' di sabbia in meno nel cemento. E, invece, non è affatto scontato. Basta leggere il Decreto Abruzzo che, salvo ripensamenti dell'ultima ora, la maggioranza si appresta a varare in questi giorni. Lo sanno bene, ad esempio, gli abitanti di Fontecchio, piccolo comune - 442 residenti - della provincia aquilana, esclusi tout court dall'area che ha diritto ai risarcimenti, nonostante il 65 delle case lesionate o inagibili. E non è l'unico caso, perché la scossa del 6 aprile è andata ben al di là dei confini successivamente tracciati dalla Protezione civile. Dove spiegano che non si poteva fare altrimenti, che una linea di demarcazione andava tracciata e che, semmai, ci penseranno le ordinanze di Bertolaso a mettere qualche pezza. Giusto per aumentare il potere - e la discrezionalità - di un'istituzione che è ormai uno stato nelle stato con poteri enormi e crescenti, che trasforma gli stati d'emergenza in ordinaria amministrazione. A farne le spese, le amministrazioni «ordinarie», cioè quelle elettive. Equivalenza pericolosa La ricostruzione al 100 sembra però un'utopia anche nei paesi e nelle città incluse nell'area del «cratere», a partire dal capoluogo. I tempi previsti sono lunghissimi - «fine lavori: 2033», un cantiere lungo 24 anni. Approssimativa è la previsione di spesa per la ricostruzione delle abitazioni, 3.165 milioni di euro - mentre in Umbria e Marche, con la metà di case inagibili, ne furono spesi circa 5.000, in dieci anni. Aleatoria è la copertura finanziaria basata sulle maggiori entrate di lotto e «gratta e vinci» appositamente istituiti, perché se a l'Aquila chiedono una «tassa di scopo», a Roma (cioè a Palazzo Chigi) il termine «tassa» provoca un'itterizia che nemmeno un terremoto riesce a curare. Cifre, poi, che escludono automaticamente dai rimborsi i «non residenti», preparando per un bel pezzo del centro dell'Aquila un futuro fantasmatico, territorio ideale per grandi affari immobiliari. Ma ciò che sorprende più di ogni altra cosa - e da cui ogni altra cosa deriva - è il criterio di fondo: una ricostruzione basata sul risarcimento della proprietà - a scapito del patrimonio collettivo - che nell'articolo 3 del Decreto istituisce la categoria degli «alloggi equivalenti». Infatti i 3.165 milioni di euro permetteranno «la concessione di contributi a fondo perduto per la ricostruzione o la riparazione dell'abitazione principale o l'acquisto di una nuova abitazione sostitutiva». Cosa significa? Che in assenza di risorse dirette, bypassati gli enti locali, in mancanza di alcun obbligo a ricostruire ciò che è stato distrutto o danneggiato, tutto finisce nelle mani di Fintecna che attraverso crediti d'imposta o finanziamenti agevolati «assiste» direttamente il terremotato proponendogli una quota che, a seconda dei casi, sarà usata per riparare la vecchia abitazione o per comperarne una «equivalente». A quel punto ciascuna persona si troverà di fronte a un vero dilemma: mettersi sulla lunga e difficile strada della ricostruzione della vecchia casa o comperare subito un nuovo alloggio? Rimanere aggrappati alla propria storia o cambiare vita? Decidere non sarà facile e ciascuno rischia di doverlo fare in solitudine, pressato da tutte le voci dell'emergenza, nelle tendopoli e nelle casette dei villaggi «Case», con le paure dei lunghi inverni abruzzesi e i disagi di comunità disgregate. E, in tutti i casi, la «mappa sociale» della vecchia città e dei vecchi borghi ne uscirà radicalmente modificata, troppi saranno i vuoti e le assenze, tante le tentazioni d'abbandonare la propria storia. Perché è facile prevedere che qualche pressione Fintecna la farà, che molti saranno spinti a «mollare» quegli edifici danneggiati o diroccati nella grande mano della finanziaria di stato (che, poi, qualcosa ne farà). E rifugiarsi altrove, in una casa «nuova», anche se magari più anonima e senza storia, anche se in un deserto di relazioni sociali. Paura del vuoto L'impatto di questo schema sui centri storici danneggiati, sul cuore di l'Aquila oggi muto e spettrale, disegna una nuova mappa urbana piena di potenziali vuoti. Ciò che temono di più gli aquilani e il sindaco Cialente paventa «la morte della città». In una lunga agonia: le fondazioni private restaureranno palazzi storici e chiese; alcune abitazioni saranno rimesse a posto e riabitate dai vecchi inquilini, per altre Fintecna troverà nuovi padroni, altre ancora verranno cancellate. Rischia di essere ridimensionata per sempre l'Università, con i suoi 1.500 addetti che non sanno quando e come ritorneranno al lavoro e i quasi 10.000 studenti cui il terremoto ha tolto le stanze in affitto e con il loro esodo finirà molta parte della vita notturna dell'Aquila, una dolce socialità che qui tutti rimpiangono. E, poi, c'è il nodo-scuola e quello di un tessuto produttivo quasi azzerato. Per queste due voci il Decreto prevede ben poco: 36 milioni in tre anni per scuole dell'obbligo e superiori, 83,5 milioni di contributi per imprese e lavoratori. Ma mentre per l'economia il governo si affida alla creatività del mercato (per ora ben poco creativo), per la scuola tutto è stato centralizzato nelle mani della regione e del Provveditorato interregionale opere pubbliche, la cui direzione competente per l'Abruzzo ha sede a Cagliari e che dipende dal Ministero delle infrastrutture di Matteoli. Comuni e Provincia (per legge i primi presidiano la scuola dell'obbligo, la seconda gli istituti superiori) sono stati completamente esautorati dalle loro funzioni. Una settimana fa avevano anche firmato un protocollo con il Provveditorato per rimettere in sesto le scuole lesionate, almeno quelle con i danni più lievi. Poi hanno scoperto che gli stanziamenti non sono ancora stati fatti e tutto si è arenato in attesa di una decisione dall'alto. Così nulla si sa sulla sorte del prossimo anno scolastico, tra voci di tensostrutture da tirar su alla svelta e doppi turni da organizzare. E se oltre alle case e al lavoro manca anche la scuola, la comunità non esiste più. La ricostruzione diventa un'eterna emergenza, nelle onnipotenti mani della Protezione civile. (2-fine. La prima parte è stata pubblicata il 13 giugno)
ABRUZZO. La non-ricostruzione prevista dal Decreto del governo. AAA risarcimento offresi, per andarsene altrove
Il governo ha varato un Decreto che prevede una ricostruzione al 100% delle case distrutte dal terremoto del 6 aprile a L'Aquila. Tuttavia, gli abitanti delle zone colpite hanno espresso preoccupazioni sulla mancanza di garanzie e sulla possibilità che la ricostruzione sia basata sul risarcimento della proprietà, a scapito del patrimonio collettivo. Il Decreto prevede che le famiglie possano ricevere contributi a fondo perduto per la ricostruzione o la riparazione dell'abitazione principale o l'acquisto di una nuova abitazione sostitutiva. Ciò significa che le famiglie dovranno decidere tra mettersi sulla lunga e difficile strada della ricostruzione della vecchia casa o comperare subito un nuovo alloggio.
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