Centoquattro a sette: fosse un risultato di un incontro da stadio, sarebbe semplicemente schiacciante. Poiché invece riguarda delle opere d'arte - e sia pure soltanto laloro monetizzazio-ne: i numeri in questione si riferiscono infatti ai milioni di dollari pagati, rispettivamente, per un Picasso e per un De Chirico - occorre guardarlo meglio, quel risultato, leggerlo con più attenzione. Certo, De Chirico è stato sfortunato: un giorno un'asta Christie's batte una sua opera per una cifra oggettiva-mente vertiginosa, che costituisce tra l'altro il record per un dipinto italiano del XX secolo, e il giorno dopo, sempre a New York, in un'altra asta, Sotheby's stavolta, un capolavoro di Picasso "rosa" frantuma ogni limite'sino a oggi raggiunto da un ' aggiudicazione di un'opera d'arte, d'ogni secolo e d'ogni latitudine. E se ovun-que nel mondo s'è parlato dei cento e passa milioni di dollari raggiunti dal Garfon a la pipe, da noi s'è ovviamente fatto, a volte con qualche troppo facile ironia, il paragone con i sette milioni toccati al Grande metafìsico. Vediamo allora qualche altro risultato delle medesime aste: un altro Picasso, una Natura morta del '19,èstatabattutaapocopiùdidue milioni di dollari, più i diritti. Un Léger del '23 a un milione e mezzo; un Magritte del '35 a meno di un milione e mezzo, compresi i diritti d'asta; uno Chagall anni Trenta alla stessa cifra; per non dire d'un Masson 1930 aggiudicato a meno di trecentomila dollari. Passando ad altro, unMonetdel 1881 è andato a poco più di due milioni e mezzo, diritti inclusi; un Degas degli anni Ottanta a circa quattro milioni e mezzo. Dunque, al di là di questo fin eccessivo profluvio di numeri, possiamo trarre la conclusione, da una parte, d'una assolutaec-cezionalitàdell'aggiudicazionedel Picasso 1905, del tutto al di fuori della norma del mercato; e d'altra parte che altrettanto straordinario, ma più vicino a un reale valore di mercato, è il risultato ottenuto dal De Chirico 1917 (qualche anno fa, un direttore avveduto d'un museo italiano, nell'intento di dotare la propria collezione d'un De Chirico metafìsico, e trovandone uno sul mercato svizzero, si sentì avanzare la richiesta di nove miliardi di lire: troppi per lui, allora, e il De Chirico rimase, malauguratamente, oltre frontiera): che resta, se non vado errato, il quarto assoluto delle aste di maggio di New York, dopo Le garfon a la pipe, dopo un Manet del 1872, eabrevissima distanza da un altro Picasso del 1944 {andato poco oltre i sette milioni di dollari). Il De Chirico è stato ceduto dal Museum of Modern Art: e sarebbe una brutta notizia - questa si - quest'alienazione, se non sapessimo tre cose: che il Moma possiede molti altri dipinti del nostro pittore, tutti di data più antica, fra i quali Le voyage émouvant del 1913elo straordinario Le duo ou les manne-quins a la tour rose del '15. Che assieme al dipinto di De Chirico, per quanto a prezzi di stima molto inferiori, saranno ceduti a breve in aste newyorkesi altri capolavori appartenenti al Moma, fra i quali due Du-buffet, e che anche in questo caso la scelta del Museo americano è guidata unicamente dall'elevato numero delle opere di co-desti artisti presenti nelle collezioni; che, infine, le alienazioni del Moma rientrano nella prassi obbligata del Museo, che, in sostanziale assenza di un finanziamento statale, si vede costretto a ricorrere per oltre il 38 per cento delle sue spese relative alle collezioni all'autofinanziamento. Per concludere: la fantasmagorica aggiudicazione del Picasso rosa, certamente influenzata da parametri più emozionali che puramente economici, non deve sminuire il risultato altrettanto straordinario raggiunto dal De Chirico metafisico: che pone, per la prima volta a questi livelli, l'arte italiana contemporanea a quel grado anche mercantile che la qualità dei raggiungimenti formali le ha da tempo garantito sul piano storico e critico. In ultimo, una personalissima opinione: non sono dell'avviso che occorra troppo rimpiangere che il De Chirico alienato da New York non sia potuto rientrare in Italia: non sarebbe stato paradossale se quel dipinto, offerto in prima battuta dal Museo americano proprio alla Galleria Nazionale di Roma, fosse giunto - a quel prezzo, o al prezzo ancora superiore al quale era stato stimato - in un Museo come il nostro, costretto nella gestione corrente a centellinare i fondi per il restauro di un dipinto, per una normale fruizione dell'Archivio, della Biblioteca o dei Magazzini?