Il 26 marzo 2009 mi sono dimesso da presidente del Comitato tecnico-scientifico per l'economia della cultura e quindi automaticamente da membro del Consiglio Superiore per i beni culturali. Le mie dimissioni sono intervenute dopo due anni di lavoro comune con gli enti in cui sedevo come consigliere e di proficua collaborazione. L' atto delle dimissioni è sempre una concentrazione di motivazioni diverse. Giocano elementi emozionali, elementi critici sulla strategia politica e di gestione seguita, fattori prospettici e normativi in termini di visione sul futuro, elementi di reciprocità nel riconoscimento di meriti e demeriti. Con Settis ho lavorato bene trovando nella sua Presidenza una profonda sintonia su quello che andavo facendo per il Ministero e scrivendo. Settis è il difensore più radicale di una posizione di tutela del patrimonio storico e artistico italiano, che condivido, anche se non può diventare, a mio giudizio, assoluta ed esclusiva o di ostacolo all'evoluzione di politiche culturali moderne. Anche se c'è stata, forse, troppa personalizzazione del conflitto con il Ministro, ho sentito il bisogno di esprimergli la mia vicinanza e solidarietà. Il Comitato che presiedevo aveva avviato una buona iniziativa di sensibilizzazione del Consiglio Superiore a una disciplina, l'economia della cultura, di certo estranea a storici dell' arte, archeologi, filosofi della cultura ed esperti di settore. Era un tentativo difficile di incidere sulla mentalità del Ministero, cercando di farla evolvere verso l'accettazione di concetti come sviluppo economico, efficienza, equità territoriale, efficacia di gestione, definizione del valore economico dell'arte, contribuzione volontaria e ingresso gratuito ai musei... L'inizio non fu facile. Ricordo che intervenendo per la prima volta in Consiglio Superiore un consigliere mandò un bigliettino al Presidente: «Fallo smettere, ma di che cosa parla?». Oggi siamo amici e reciproci estiimatori, condividiamo un po' dell' aria fresca che si è cercato di far entrare nel Salone del Ministro, dove ci riunivamo. Tutto questo con tutti gli sforzi conseguenti veniva meno e me ne rendevo amaramente conto. Nel frattempo ero stato chiamato a presiedere la Commissione ministeriale incaricata di redigere un rapporto sulla Creatività e le industrie culturali in Italia (cfr. n. 278, lug. 08, pp. 30- 31). Il lavoro si è di fatto concluso questa primavera con la pubblicazione di un volume a stampa (Walter Santagata, Libro Bianco sulla creatività. Per un modello italiano di sviluppo, Università Bocconi Editore, Milano 2009). La mia attività in Consiglio mirava anche a sensibilizzare su questo nuovo tema. Ad esempio una raccomandazione interessante del Consiglio, ma non accolta dal Ministro, fu quella di cambiare il nome del Ministero da «Ministero per i Beni e le Attività culturali» in «Ministero per la Cultura», ossia una dizione più larga dell'unico riferimento ai Beni culturali, più aperta alle industrie culturali che fanno il successo del made in Italy, che rappresentano a livello internazionale la nostra produzione di cultura materiale (moda, design, industria del gusto), che includono le nuove tecnologie del digitale e delle immagini. Insomma un insieme di industrie che pesano più del 9 del Pil e occupano più di 2,8 milioni di addetti. Forse antiche negative memorie sono ancora presenti, fatto è che non se ne è fatto nulla. La gestione delle politiche culturali è dispersa tra un nugolo di enti e Ministeri,non c'è una visione unica. Lo si vede anche nel caso del «2009: Anno Europeo della Creatività». Chi se ne occupa? Sembra più il Ministero dell'Istruzione che quello per i Beni culturali. Chi si occupa di moda, design industriale, industrie dei contenuti (cinema, tv, radio, editoria, video- giochi ecc.) e industria del gusto? Questo è stato un punto dirimente nella mia scelta. Il lavoro della commissione, che si conclude con diciassette raccomandazioni fondamentali di lungo periodo e cinquantatré azioni immediate, non sembra essere preso in considerazione dal Ministro e dai suoi organi di gabinetto. Molte lettere, inviti e sollecitazioni sono rimasti lettera morta. È evidente che il tema non interessava. Unica recentissima avvisaglia è la costituzione dell'unità di coordinamento di un osservatorio ministeriale sulle attività internazionali. o sempre sostenuto che il principale problema attuale in campo culturale in Italia è la produzione di nuova cultura. Purtroppo il Ministero è fortissimamente orientato alla conservazione e tutela del patrimonio culturale del passato. Ho sempre pensato che l'economia e la creatività contino moltissimo, come vincolo e come risorsa, per il progresso della cultura in Italia. Purtroppo il Ministero sembra impermeabile alla scienza economica, anche se il nuovo direttore dell'Ufficio studi, Gianni Bonazzi, sta dimostrando un' attenzione, di cui gli sono grato, almeno su due temi: la costruzione di una relazione generale sull'attività del Ministero e sulle cifre della cultura in Italia e un'indagine nazionale, realizzata insieme a Civita, sulle motivazioni della disponibilità dei privati a contribuire per la cultura. Ho sempre pensato, infine, che, quando gli sforzi si rivelano troppo onerosi per le distanze esistenti, è meglio farsi da parte facendo al mio successore i miei migliori auguri.