Questo documento è la trascrizione di una lunga conversazione, promossa dal nostro Giornale, nel salotto di casa Crespi. Protagonisti sono i due personaggi probabilmente più noti a quella (piccola) parte della popolazione italiana che presta attenzione alle vicende e al futuro del patrimonio artistico del Paese, senza limitarne il significato alla sola funzione di richiamo turistico o, peggio, al solo valore intrinseco di mercato. Giulia Maria Crespi, discendente della famiglia milanese di industriali tessili, già proprietari del «Corriere della Sera», è la fondatrice nel 1975 del Fai, Fondo Ambiente Italiano, l'organizzazione senza fini di lucro che non solo annovera tra le sue proprietà sceltissime località naturalistiche e dimore storiche alle quali assicura un'esemplare conservazione e l'apertura al pubblico, ma catalizza il sostegno di 8Omila aderenti, sul modello del National Trust inglese. Questo rende il Fai un'associazione molto qualificata a rappresentare una parte significativa dell'opinione pubblica, quella cosciente dell'eccezionale importanza del patrimonio artistico in un Paese come il nostro. Salvatore Settis, archeologo, direttore della Scuola Normale di Pisa, editorialista di «la Repubblica», dopo la scomparsa di Federico Zeri è senz'altro il principale e più vigoroso tutore pubblico del nostro delicatissimo patrimonio, per proteggerlo dalla trascuratezza ma, ancor peggio, dagli usi impropri e dannosi e dagli abusi ai quali è facilmente soggetto da parte di quanti non riescono ad avere una visione diversa da quella del rendimento quantitativo. Abbiamo promosso questo incontro per avere la vostra opinione sulla situazione attuale, i rischi, i problemi. Opinioni che peraltro sono già state espresse più volte da Giulia Maria Crespi in ogni suo discorso pubblico e da Salvatore Settis nei suoi fondamentali articoli. Quello che ci interessa è proprio il confronto delle vostre autorevolissime opinioni, fare con voi il punto della situazione. C: Aveva ragione Bob Kennedy, che nel 1967 fece il celebre discorso in cui disse che il Pil (Prodotto interno lordo) così come abitualmente calcolato è del tutto sbagliato perché non tiene conto di infinite cose. Per esempio dello stress, delle squallore delle periferie, dell'ignoranza diffusa. Per esempio, del non pensare alla bellezza, o allo smog. Tutto questo dovrebbe rientrare nel calcolo del Pil di un Paese. Tutto ci mi pare perfettamente congruente con la situazione della finanza e dell'economia internazionale, la cui idea distorta di sviluppo e di globalizzazione temo ci porterà verso la catastrofe. Penso anche che dopo questo dramma, ci sarà una sorta di purificazione e l'umanità ritroverà se stessa. S: Con riferimento specifico alla situazione italiana, ma tenendo presente il quadro globale, dobbiamo mettere insieme due aspetti: uno è evidenziato sempre di più dalle ricerche mediche, l'importanza delle patologie da disagio ambientale. Il riferimento non è soltanto all'inquinamento dell'acqua o dell'aria, ma al disagio che coglie il cittadino, che vede il suo mondo trasformarsi, che è obbligato ad abitare in periferie squallide, che vede il paesaggio intorno a lui via via devastato: il paesaggio che amava, in cui si identificava. Da tutto questo nascono delle patologie che sono psicologiche, ma anche psicoflsiche. Un altro aspetto (e continuo intenzionalmente a citare ricerche non di storici dell'arte o di «tutelatori» di professione) riguarda le ricerche degli economisti. Un numero sempre maggiore di economisti (cito per tutti il premio Nobel Amarlya Sen) hanno via via elaborato nuove teorie sullo sviluppo economico, in particolare le teorie cosiddette della «crescita endogena», che vuol dire la crescita che una popolazione è in grado di portare avanti dal proprio interno, non perché stimolata da grandi imprese multinazionali, ma perché riesce a svilupparsi autonomamente. Questo è importantissimo, ad esempio, per i Paesi dell'Africa. Le teorie della crescita endogena vanno prendendo piede e includono fra i maggiori fattori di produttività l'identità culturale. Quindi, la distruzione dell'identità culturale diminuisce la produttività, e la riaffermazione dell'identità culturale accresce la produttività. Appare dunque del tutto evidente quanto, anche da altri punti di vista extradisciplinari (medico, economico ecc.), la cura del paesaggio, dell'ambiente, del patrimonio storico-artistico e dell'identità culturale siano dei fattori essenziali. Questo i nostri padri, i nostri nonni, gli italiani di 200 anni.fa I'avevano già capito, anche senza aver elaborato questa teoria. L'idea della tutela dell'ambiente e del paesaggio è nata in Italia. Ma oggi il nostro Paese sta dimenticando tutto questo, o rischia di dimenticarlo. come mai il luogo in cui è nata l'idea della tutela contiene oggi delle forze distruttive per questa stessa idea? Osserviamo le reazioni seguite al terremoto in Abruzzo e le ipotesi emerse sulla ricostruzione: il pericolo che è stato paventato in questa circostanza è proprio quello della perdita d'identità. Ci piacerebbe che da questa conversazione emergesse la risposta alla domanda: «Che cosa sta cambiando o è cambiato in questi ultimi anni per cui dovremmo, forse, cambiare il nostro atteggiamento, le convinzioni nelle quali avevamo creduto negli ultimi 10,20,50 anni?» C: Una persona, prima di qualunque altro sentimento, deve avere la pancia piena. Poi, deve ricercare le ragioni di quanto avviene di sbagliato, e per me la ragione prima è l'avvento del materialismo. Questo materialismo si è diffuso alla fine del Medioevo, e da Cartesio l'uomo è sempre più sprofondato nella materia allontanandosi dalla spiritualità. Quanti grandi artisti lavoravano per pochissimo, o addirittura non venivano pagati? Eppure lavoravano. Beato Angelico dipingeva in ginocchio. Lei immagina un artista moderno che dipinge in ginocchio? S: Vorrei proporre una riflessione di carattere più storico. Se immaginiamo nelle zone meglio conservate delle nostre campagne, o anche in. certe città piccole o grandi, credo che tutti abbiamo notato come, fino a un certo momento, diciamo per intenderci l'inizio del Novecento, gli italiani, ricchi e poveri, dal contadino al principe, non sbagliassero. Non si vede un oggetto brutto. Da quel certo momento in poi si è persa questa cultura comune. C'era un legante che univa i ricchi e i poveri, anche quelli con la pancia non tanto piena. Il contadino che faceva un fienile, lo faceva in un modo per cui si inseriva nel paesaggio meravigliosamente bene. Che cosa ha distrutto questo virtuoso legame? S: Penso che sia dovuto al simultaneo irrompere di fattori diversi e ad loro combinarsi. Uno riguarda le nuove tecnologie costruttive (dal cemento armato alla prefabbricazione), che hanno permesso di realizzare cose che prima non si era in grado di realizzare. Un altro è la crescita del benessere, per cui invece di costruire poco e raramente si è cominciato a costruire su vasta scala. Infine, il calo di una cultura che prima non era solo in mano agli architetti, o agli ingegneri, ma che tutti avevano, anche quelli che si costruivano la casa con le proprie mani. Non credo che questa combinazione sia mai stata studiata: eppure questo gusto comune è poi il grande fascino dell'italia, la ragione per cui l'Italia si è guadagnata questa nomea, che merita sempre meno, di essere il Bel Paese (così rimaniamo almeno sui formaggini). Col passare degli anni dimentichiamo sempre di più quell'orizzonte comune. Abbiamo costruito periferie squallidissime, senza ragione. Basta pensare quanto erano belli e ricercati i villaggi operai dell'inizio del secolo scorso. La priorità nel nostro Paese oggi dovrebbe essere quella di riqualificare il suo patrimonio edilizio, anche dal punto di vista della sicurezza. Il terremoto in Abruzzo una cosa ha dimostrato a tutti: la sicurezza non c'è e le norme che esistono non vengono rispettate. Al contrario, il nostro Paese sembra avviarsi verso una diminuzione delle norme di sicurezza e un abbassamento della qualità edilizia. Credo che questo sia irresponsabile e che sia davvero necessaria una maggiore consapevolezza da parte degli italiani. Questa consapevolezza al momento è affidata a singole persone e ad associazioni, il Fai in primo luogo, ma naturalmente anche Italia Nostra o altre associazioni analogamente meritevoli. I loro appelli non sono stati fatti propri da nessun partito, né della maggioranza né dell'opposizione. Una volta era la scuola a dedicarsi a questi insegnamenti. L'educazione è un fattore importantissimo, prima ancora dell'associazionismo. Ma su tutto domina il conflitto eterno tra quantità e qualità. Dobbiamo adattarci a questo aspetto e cambiare completamente il nostro modo di vedere la realtà? C: Insisto. Credo che alla radice di tutto risieda il fatto che l'uomo ha perduto la spiritualità e di conseguenza i valori. Gli errori delle nuove costruzioni e dei nuovi materiali, che usiamo materiali sbagliatissimi, non sono le cause prime. La vera causa alla base di tutto è la mancanza di valori. S: Stiamo parlando della stessa cosa: spiritualità e cultura sono due modi di rappresentare dei sistemi di valori. Credo che sia importantissimo il richiamo alla formazione, perché la scuola e la famiglia trasmettono sempre meno valori. La famiglia, nella sua disgregazione, nel suo sostituire il focolare domestico col televisore acceso, ha distrutto la possibilità di trasmettere valori. La famiglia tradizionale trasmetteva valori da una generazione all'altra, ora i genitori sono sempre più distratti, i nonni sono sempre meno presenti. La scuola vive una crisi generale dovuta anche all'incapacità di analisi. Gli italiani non si sono resi conto di avere avuto per decenni una delle migliori scuole del mondo. Abbiamo cominciato a sentirci indietro quando non lo eravamo affatto. Via via lo stiamo diventando davvero, anche grazie a tentativi di riforma particolarmente sgangherati. Certo, era necessario rimediare a privilegi e discriminazioni che caratterizzavano ancora la scuola degli anni Cinquanta, ma attraverso un livellamento verso l'alto, non verso il basso come invece è stato fatto. Questo è il problema generale. Nello specifico, l'Italia ha il privilegio di avere un po' di storia dell'arte nella sua scuola, la maggior parte dei Paesi non ce l'ha. Però, intanto, ne stiamo riducendo l'insegnamento. Tutti i Ministri l'hanno fatto, da Letizia Moratti in poi. La nostra scuola, poi, non ha mai preso di petto il tema del paesaggio, che non sia quello dipinto. Il paesaggio vero, quello in cui viviamo. Non se ne parla mai. Potremmo leggere le descrizioni di «Quel ramo del lago di Como», potremmo vedere il paesaggio sullo sfondo di un quadro di Tiziano e dire: «La Lombardia era così, il Veneto era così: ora è tutto pieno di capannoni». Un tentativo serio di educazione ambientale la nostra scuola non lo ha mai fatto. Tra le tante riforme fatte o annunciate (pùi matematica, più inglese, più informatica...) possibile che a nessuno venga mai in mente di inserire un minimo di educazione ambientale e paesaggistica? Edo lì che bisogna incominciare. Bisognerebbe anche formare gli insegnanti, ma manca un progetto, e siccome si tolgono sempre più soldi alla scuola, mancano anche i soldi per il progetto. Così un Paese si autodistrugge. Una vera rivoluzione passa necessariamente attraverso l'educazione dei discenti ma anche degli stessi educatori C: L'attenzione prestata alla scuola ai paesaggio e all'agricoltura pressoché nulla. Mi sono capitate nell'azienda agricola scolaresche che dopo avere visto i campi di riso mi hanno chiesto dove fossero i campi di spaghetti. Non sto scherzando. E fondamentale far capire che cosa sono la terra, la biodiversità e gli organismi geneticamente modificati che rimpiazzeranno infinite piante e causeranno la diminuzione di tutte le specie viventi. Le rondini non ci sono già quasi più. Molti sono consapevoli della ricchezza, non solo in senso economico, del patrimonio spirituale, dell'arte e del paesaggio. Ma mentre per l'arte è più chiaro il suo «valore», per il paesaggio il discorso è più delicato. S: In un quadro molto negativo, un elemento positivo io lo vedo: la crescita del numero di persone che si rendono conto che il problema esiste. Magari non sanno bene analizzarlo, ma se ne rendono conto per i disagi che subiscono. Prendiamo l'associazionismo, soprattutto al livello delle piccole associazioni come quelle del Comune di Campiglia Marittimna, in cui non si vuole la costruzione del nuovo quartiere perché distruggerebbe un pezzo di campagna. In Toscana ce ne sono più di 100 di associazioni del genere, che Alberto Asor Rosa sta cercando di coordinare in qualche modo. Questo associazionismo «spicciolo» spesso nasce dalla morale del «Not in my backyard» (Non nel mio cortile): potrebbe anche essere facilmente criticabile, ma costituisce un punto di partenza. Nella totale assenza dei partiti grandi e piccoli, soprattutto quelli dell'opposizione, in questo deserto bisognerebbe ripartire da questi elementi di coscienza individuale. Dobbiamo trovare degli elementi positivi di sviluppo, che sono fondamentalmente due: collegare il piccolo associazionismo al grande associazionismo, cercando di portare avanti dei ragionamenti comuni. E soprattutto far crescere la consapevolezza dei problemi, legandoli a un sistema di valori. Per esempio: non voglio che si modifichi il paesaggio che vedo dalla mia finestra non solo perché mi fa comodo (sarebbe un egoismo contro un altro egoismo), ma sulla base di principi e valori più generali. E quello che fa un giornale come «Il Giornale dell'Arte», è quello che può fare la stampa e che non fa la televisione. E quello che dovrebbe fare la scuola. Creare una rete di consapevolezza maggiore, partendo dal cittadino. Per troppo tempo gli italiani hanno delegato la propria coscienza, hanno delegato la propria funzione di pensare. Ma non possiamo aspettarci più nulla dai partiti. Bisogna rinascere e ripartire dai cittadini. Sembra che un qualsiasi Governo, pur adeguatamente influenzato e sollecitato, non possa giungere a qualcosa di positivo. E scomparso il senso dello scandalo e della vergogna. S: Le sollecitazioni non arrivano dai partiti, ma solo da movimenti di opinione che partano dai cittadini. I comitati devono concentrarsi su questi temi, in cui, se ci si pensa bene, l'interesse è comune tra destra e sinistra. Bisogna creare anche la consapevolezza che non si può delegare tutto ciò a nessuno, perché nessun Governo, di destra come di sinistra, ha fatto le cose giuste. Questo è un fatto. C: Certo l'associazionismo di gente volenterosa non può bastare: ci vogliono dei profondi valori. Quando a san Francesco è stato chiesto quale fosse la sua chiesa, lui ha aperto le braccia di fronte al paesaggio e ha detto: «Questa è la mia chiesa, questo è il mio chiostro». Dobbiamo riuscire a far salire di un gradino l'animo della gente. Come? Non lo so. S:La quantità di cittadini di ogni ceto che sono disposti a capire è più alta di quanto si pensi. L'illusione di taluni che fanno politica è di poter raccogliere questo malcontento popolare facendolo fruttare da un punto di vista elettorale. Ma questo non è possibile, nessun partito ha mai elaborato queste tematiche. C: È vero che la base sta migliorando, ma è una piccola parte. Credo che a questo punto si debba partire non più tanto dal paesaggio e dall'arte, ma dalle cose più elementari: dalla solidarietà, dall'amore per il vivente, dal fatto che la terra sta morendo. Bisogna che si smuova qualche cosa dentro. Un conto è il concetto, che è una cosa fredda, un conto è riempirlo di calore interiore. S: È vero. Occorre avere un concetto alto e un punto di ingresso faciie. Ad esempio, qualcosa che tocca la salute. Molto importante sarebbe portare questi temi dove non ci sono, cioè in televisione. Merita una battaglia civile obbligare la televisione a occuparsi di questi temi. Non è impossibile, in altri Paesi si fa. Magari mostrando come un paesaggio si è trasformato negli anni, facendo vedere ad esempio un paesaggio collinare molto bello e poi lo stesso deturpato dall'edilizia selvaggia. Bisogna che gli italiani capiscano quali sono gli svantaggi. Questo può avvenire solo in uno spazio televisivo aperto, libero di ospitare opinioni e dibattiti. La forza di chi distrugge il nostro paesaggio sta proprio nel fatto che non esistono sedi in cui la nostra cultura artistica possa dichiarare i proprio obiettivi. C: Un'altra cosa che potrebbe incidere è l'esempio. In Olanda, in taxi, ci siamo fermati al semaforo e il tassista mi ha detto: «Guardi la donna che guida la macchina di fianco a noi. È la regina». Certo, se anche da noi certe persone avessero il coraggio di non avere le auto blu, per esempio, né la scorta né macchinoni e megayacht, questo potrebbe servire. O no? S: Be', da noi stiamo facendo l'esatto contrario. Per esempio, in Toscana, credo ci siano in costruzione non meno di sette o otto porti turistici, per moltiplicare il numero degli yacht. L'idea di progresso e di benessere che ci siamo fatti è di aumentare all'infinito il numero degli yacht. Ovviamente ognuno di questi porti turistici distrugge un pezzo di costa. Il nodo rimane comunque quello economico, come ben dimostra l'attuale dibattito sul Piano casa. C: Certo, è triste ma è così: se una nuova costruzione puà portare lavoro, dfficilmente la si vorrà fermare. Tutto si basa sui soldi. Insisto, non ci si muove verso una nuova visione della vita completamente diversa da quella attuale, non basta dire alla gente: «Quella costruzione rovina il paesaggio, non devi fare la casa». S: Quando si dice, e a dirlo principalmente oggi è il Governo, che la gente vuole fare più costruzioni, stiamo dimenticando una cosa molto elementare: che la crescita demografica in Italia è pari a zero. Ricordiamoci, inoltre, che la grande crisi negli Stati Uniti è iniziata per l'eccesso di costruzioni e per i meccanismi creditizi che vi stanno dietro. Terzo, dimentichiamo che gli operai che lavorano nel settore delle costruzioni sono al 70 extracomunitari. Quindi il Governo è incoerente con se stesso: da un lato vuole limitare l'arrivo di immigrati, dall'altro vuole incrementare le costruzioni, che ne faranno arrivare degli altri, senza un piano per integrarli nella cultura nazionale. È del tutto evidente la mancanza di lungimiranza in un progetto di questo tipo. C'è qualcosa di molto più importante del costruire nuove case, magari distruggendo il paesaggio: c'è per prima cosa la necessità di un grandioso piano nazionale di messa in sicurezza del Paese, per prima cosa, e di riqualificazione del patrimonio edilizio fatiscente e di pessima qualità subito dopo. In questo modo si affronterebbe anche il tema della disoccupazione, e si eviterebbe il rischio che le nuove case, accresciute di un piano senza alcun controllo, possano poi crollare pi facilmente. C: Il Piano casa come è stato pensato non costerebbe niente al Governo, mentre un grande piano di riqualficazione e messa in sicurezza dell'architettura storica richiederebbe un ingente utilizzo di denaro pubblico. Non vedete qualche aspetto positivo nel Piano casa? S: In effetti quando il Piano casa dice che gli edifici brutti e fatiscenti possono essere abbattuti e ricostruiti più grandi del 35, questo, se fatto con criterio, potrebbe essere una cosa buona. Se il Piano casa prevedesse ricostruzioni non nei centri storici, ma nelle squallide periferie, dove ci sono edifici costruiti senza norme, senza qualità, che possono essere abbattuti e ricostruiti più grandi, allora gli investimenti privati lì potrebbero portare dei benefici. C: Ma chi dovrebbe giudicare i progetti, chi potrebbe intervenire? Dovrebbero farlo le Soprintendenze, ma dovrebbero essere agguerritissime e non hanno né soldi né mezzi. S: Non solo. Il Governo sta rimandando l'entrata in vigore del Codice dei Beni culturali, con tutto ciò che riguarda la gestione del paesaggio: doveva entrare in vigore il primo gennaio del 2009, l'hanno rimandato al primo luglio e ora c'è il progetto di rimandarlo al primo luglio del 2011. La ragione addotta è che le Soprintendenze non sono attrezzate. Dovrebbero attrezzarle, ma siccome saranno sempre meno attrezzate, allora dovranno rinviarlo all'infinito. Questo rinvio è fatto su richiesta di alcune Regioni, le quali rifiutano il controllo delle Soprintendenze per poter gestire direttamente gli interventi sul territorio, tramite delega ai Comuni. Quello che il Codice prevede non è, come è stato scritto sui giornali, uno Stato «asso pigliatutto», ma piuttosto un sistema misto di controlli tra Stato, Regioni, Comuni, in cui lo Stato dà crescente spazio alle Regioni e ai comuni che si dotino di competenze. Invece le Regioni vogliono giudicare, decidere e subdelegare ai Comuni le decisioni sul paesaggio, ma senza dotarsi delle competenze necessarie. C: Bondi mi ha dato la parola d'onore, tre mesi fa, che il primo luglio il Codice entrerà in vigore. Ora sembra che vogliano stralciare l'articolo 146 (in merito all'autorizzazione paesaggistica, Ndr). Se questo dovesse avvenire farò l'ira di Dio. Tutti in Italia ritengono di avere il diritto e la capacità di giudicare l'arte. S: Infatti se giriamo nelle periferie costruite negli ultimi vent'anni vediamo che tutto è meravigliosamente bello e che gli italiani hanno ottimo gusto, come ha anche detto qualcuno dei nostri politici. Uno dei problemi del sistema politico è quello di subire il vincolo di riscuotere gli interessi a breve termine. Chi in politica investe ancora a 10 o 15 anni? S: Occorre moralità, e la vera moralità è lungimiranza. L'assenza di lungimiranza è assenza di moralità. La nostra Costituzione è lungimirante. C: Se avessi quarant'anni, e invece ne ho più del doppio, mi dedicherei a portare avanti una campagna per la verità perché, sotto sotto, il vero in tante cose c'è e va detto. Se la destra fa una cosa giusta lo si deve dire, e se la fa la sinistra anche. Invece ormai ognuno sputa addosso all'altro: «Quelli là sono comunisti», «Quegli altri sono totalitaristi». E invece è importantissimo dire con pacatezza le cose come stanno davvero. S: o cominciato a scrivere di beni culturali criticando Walter Veltroni, quando era ministro, poi ho criticato Giovanna Melandri e poi ancora Giuliano Urbani, il quale ha avuto la gentilezza e l'intelligenza di dirmi: «Conosciamoci e parliamo», ed è stato il primo Ministro a chiamarmi come membro di una commissione sul Codice. Dopodiché ho collaborato con Urbani e sono anche stato sgridato dalla sinistra, poi ho collaborato con Rocco Buttiglione e con Francesco Rutelli, perché credo che un cittadino debba collaborare con il Governo del suo Paese. Invece ora è prevalsa una cultura nella quale, per poter eliminare chi ha delle idee scomode, lo si etichetta da oppositore preconcetto, anche quando ha dimostrato di non esserlo. La cultura e la tutela non sono né di destra né di sinistra. Non è certo il governo Berlusconi il primo a proporre leggi sbagliate per il paesaggio o a tagliare i finanziamenti ai Beni culturali. C: Mi ha veramente deluso l'insuccesso di Renato Soru nelle elezioni regionali in Sardegna. Soru aveva preso provvedimenti molto lungimiranti nel campo della tutela del paesaggio e delle coste sarde. S: Soru è bravissimno, ma il fatto che sia uscito sconfitto dalle urne dipende anche dal fatto che la stessa sinistra lo ha sabotato. Uno degli aspetti salienti del suo programma, la protezione dei paesaggio e dell'ambiente, è un argomento contro il quale lavora una buona fetta della sinistra, che ha ormai innescato, come in certi romanzi di fantascienza, un programmna di autodistruzione, anche e proprio a causa della mancanza di sensibilità a questi temi. Sensibilità vera, non fittizia, non retorica: questo non lo sta capendo nessuno. C: Prima che iniziasse la campagna del nuovo Partito Democratico nel 2007, sono andata da Veltroni, con cui avevo lavorato quando era Ministro, chiedendogli se si sarebbe ricordato di parlare di ambiente e paesaggio. Mi diede la sua parola e ne parlò un po' a Torino, il giorno dell'apertura della campagna il 27giugno 2007, poi non ne parlò più. Neanche Veltroni! E me l'aveva promesso. Devo ricordare una formula semplicistica, su cui «Il Giornale dell'Arte» sempre insiste: la prevalenza della quantità sulla qualità il valore economico, il numero di visitatori, il denaro che uno ha, comunque l'abbia fatto, sono i fattori che in Italia legittimano qualsiasi situazione. Non la qualità. Per esempio una mostra con grandi numeri prevale sulla qualità di una mostra con piccoli numeri. S: La prevalenza della quantità sulla qualità è la peste del nostro tempo, perché proprio la prevalenza della retorica del numero sul sistema dei valori è quello che sta distruggendo tutto. Si può fare una considerazione riguardo alla televisione: basta paragonare le trasmissioni culturali nella nostra televisione con Paesi comparabili al nostro come la Francia, la Germania, la Svizzera. Nel Canton Ticino il giornale radio è più lungo, permette di pensare di più; persino la voce è più civile, più posata. La presenza della cultura è maggiore. Perché l'Italia deve diventare un Paese volgare? Per quali ragioni strategiche? Perché non dobbiamo voler essere come i Paesi a noi vicini? Perché non vogliamo essere più simili alla Francia? Il confronto internazionale ci vede spesso sconfitti: basti pensare al calo costante del turismo nel nostro Paese rispetto a concorrenti storici ma anche rispetto a nuove mete internazionali S: Ora abbiamo un nuovo ministro, Maria Vittoria Brambilla. Che potrebbe anche diventare il prossimo Ministro per i Beni culturali. Temo che rimpiangeremmo Bondi... C: ho parlato con Matteo Marzotto, nuovo presidente dell'Enit, l'Agenzia nazionale del turismo. Ha delle buone idee. In Italia la cifra destinata al turismo è irrisoria e bisogna fare dei circuiti, coinvolgere enogastronomia e artigianato. Il turismo deve prevedere una visione ad ampio spettro, sinergie tra settori e località, pacchetti integrati. Questo anche per ottimizzare i pochi finanziamenti concessi, che non consentono certo di fare grandi promozioni all'estero. Le poche Regioni che stanno lavorando su questo fronte, non lo fanno in maniera coordinata: una direttiva in Piemonte, un'altra in Emilia Romagna. Chacun pour soi. S: La divaricazione tra una Regione e l'altra, con il cosiddetto federalismo all'italiana è destinato a crescere, in particolare per quanto riguarda i beni culturali. Se si pensa che le fondazioni di origine bancaria sono tutte concentrate al Nord, che i loro investimenti in cultura vanno al Sud per meno del 4, i rischi del federalismo sono assolutamente evidenti. Anzi: è certo il tracollo delle regioni meridionali nel campo dei beni culturali. Naturalmente uno può anche ritenere che al Sud non ci sia niente di interessante... Io vengo dal Sud e non sono di questa opinione. Penso ad esempio, ad Ortigia, dove ho visto, sotto alla piazza del Duomo, enormi grotte, scavate come rifugio antiaereo, attraverso le quali si passa in una cisterna del III secolo a. C. poi in un altra grotta e da qui finalmente si arriva al mare. Fortunatamente il complesso è stato appena aperto al pubblico. Qual è il punto? S: Secondo me il punto è la consapevolezza e il legare un sistema di valori culturali e spirituali all'idea di cittadinanza. C: Ma come si fa a far nascere questi valori? S: In tutti i modi possibili. In questo momento, il nostro mnodc personale è di parlarne attraverso «Il Giornale dell'Arte», Bisogna ripartire dall'essere cittadini, dal sentire pienamente la dignità individuale di chi ha il diritto di parlare da cittadino a cittadino. Non è vero che solo chi è eletto ha questo privilegio. Non è vero, perché quel che abbiamo eletto stanno dimostrando sempre più di avere uno scarsissinio senso delle istituzioni. Dunque il senso delle istituzioni deve ripartire dal cittadino: ognuno, poi, lo dichiara dove può. Io posso dire in classe, scrivere sul giornale, qualcun'altro lo scriverà su un altro giornale e si dovrebbe usare il passaparola. C: Per me bisogna risvegliare l'essere spirituale che giace sopito nell'uomo. S: Io ritengo che i valori spirituali, che preferisco chiamare valori culturali, tra i quali c'è la religione siano un punto essenziale. Però ritengo anche che occorra collegare in continuazione dei valori, nella loro apparente astrattezza a dei problemi molto concreti e a delle strutture che sono le istituzioni. Noi abbiamo oggi una cosa da difendere. Si chiama Costituzione, oggi è sotto attacco in continuazione. Viene considerata da alcuni, lo ha detto il presidente Napolitano, come un ferro vecchio, come un biglietto scaduto. C: Premetto che io sono furibonda con questa Chiesa, e non solo da ora. Ma continuo a credere che al di sopra di questo mondo materiale esista un mondo spirituale. Non credo che tutto sia nato dal caso, non ci credo. Sento anche che se uno riesce attraverso la meditazione a entrare in un altra dimensione allora si entra in altri mondi. S: Per è difficile che questo diventi un fenomeno di massa ed è difficile che avvenga attraverso la scuola. Se aspettiamo che tutti gli italiani diventino buddisti prima di salvaguardare il paesaggio siamo a posto... C: La cosa fondamentale però è riuscire a coinvolgere la gente: emozionarla per farle capire l'importanza delle cose. Si capisce molto meglio una cosa vibrando col sentimento, che attraverso un freddo ragionamento. Settis, lei dà la sensazione di essere un uomo algido, ma è molto, molto importante sentirla parlare. In televisione ha fatto molta impressione. Dovrebbe girare per le piazze. S: ho capito, vorreste fairmi cominciare una nuova vita... Sono troppo vecchio per farlo.
Il Giornale dell'Arte
16 Giugno 2009
Salvatore Settis e Giulia Maria Crespi: così l'italia si autodistrugge. La diagnosi è sconsolata: crisi di valori, crisi di cultura, crisi di volontà politica, crisi di consapevolezza. Ne usciremo? Come? Quando?
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