L'udienza del 15 maggio inizia con la deposizione da parte del pm Ferri di atti già presentati relativi a Fritz Burki e di quelli connessi al sequestro di un bronzetto rubato, non tra i pezzi contestati, ma comunque inerente alla collezione Fleischman. Si continua il contro interrogatono del teste Daniela Rizzo da parte della difesa True, con l'imputata presente in aula, ripartendo dagli oggetti inseriti tra i capi d'accusa a partire dalla testa di Diadumeno copia romana da Policleto scavata nel 1956 e rubata da Venosa, finita nella collezione Fleischman, acquisita nel 1996 dal Getty, segnalata due anni dopo da Peter Bol come rubata e restituita dal museo all'Italia. A riguardo si citano lettere del 1998 tra Marion True, Bol e Mario Serio che attestano la collaborazione di True ai fini della restituzione per quanto, secondo il teste, «a quel punto la curatrice non aveva alternative». Si parla quindi in generale della collezione Fleischman arrivata al Getty in due tempi, con un primo «assaggio» nel 1992 con 9 oggetti pagati 5,5 milioni di dollari, poi nel 1996 con una donainone di 248 oggetti e una venduta di 33 oggetti pagati 20 niilioini di dollari. In tutto sono 12 i reperti contestati già di propmrietàFleischman, 9 tra le operc donate e 3 tra quelle acquistate. True spiega perché si sono rivolti all'intermediario Robm Symes e non ai collezionisti per avere un risarcimento sul pezzo risultato rubato. Il Diadumeno era tra gli oggetti donati, quindi «era pi corretto contattare il responsabile della vendita, Robin Symes». Rizzo sottolinea che 20 milioni di dollari nel 1996 era una «bella cfra» per soli 33 pezzi, ma True ribatte che era stata fatta una valutazione indipendente della collezione ai fini assicurativi che ne dichiarava il valore complessivo in 60 milioni di dollari. «Il prezzo potrebbe sembrare alto, ma era il prezzo di mercato corrente allora negli Usa». Rizzo sostiene che in Italia di norma il valore ai fini assicurativi è di 10 volte superiore a quello reale, True nega tale addebito: «Dovevo giustificare queste cifre al direttore e al board dei trustees, con un confronto con i prezzi di mercato. E poi è stato mai provato che abbiamo gonfiato un valore ai fini assicurativi? Ci sarebbe stata una denuncia di dolo, c erano controlli da parte delle assicurazioni». La difesa contesta anche la tesi dell'accusa secondo la quale i pezzi della collezione arrivati al Getty per la mostra del 1994 non si sarebbero più mossi dal museo, che la vendita del 1996 sarebbe stata finta, cioè in realtà decisa molto prima. True spiega: «Il Diadumeno è arrivato al museo un anno prima della mostra, nei 1993, per un restauro molto delicato che flm effettuato dai presidente dell associazione dei restauratori Usa. L'oggetto poi è tornato a New York ed è arrivato al Getty solo dopo la morte di Larry Fleischman quando è stata acquisita la collezione». Si parla anche del restauro dell' antefissa con Menade e Sileno arrivata insieme al Diadumeno, pure restituita. Rizzo chiede a True perché il Getty abbia pagato restauri così complessi, durati un anno, per due pezzi che sarebbero tornati dopo la mostra a dei collezionisti privati. True: «E una procedura standard dei musei americani, effettuata anche da altri istituti come il Metropolitan e il Museo di Boston. Non c'è nulla di strano che in cambio di prestiti concessi un museo effettui a sue spese dei restauri. Non era un privilegio riservato ai Fleischman». Si passa poi alla lunetta ad affresco con la maschera di Ercole, scavata di frodo in area vesuviana, di cui esistono altri 3 grandi frammenti collegati allo stesso ambiente. Rizzo è amareggiata. Un saccheggio del genere implica la totale distruzione del contesto. Ricorda che la stessa True rifiutà degli affreschi proposti da Giacomo Medici perché provenienti da scavo clandestino. Perché non questi? Che i due frammenti Fleischman (gli altri due, restituiti, erano nelle mani di Giacomo Medici e Shelby White) fossero dello stesso ambiente «chiedo scusa, ma non me ne ero accorta», dichiara True. Eppure era scritto sul catalogo della collezione Fleischman del 1994. «Lei li ha visti nel 1993, dice Rizzo, ma solo nel 1999 ha scritto a Guzzo». «Stavo continuamente in contatto con Guzzo, si difende True. Nel 1999 ho risollevato la questione, non è vero che non gli avevo mai parlato. Noi li abbiamo pubblicati, fatti entrare nelle collezioni del Getty, ma abbiamo detto a Guzzo che se l'affresco fosse dell'Italia lo avremmo restituito». Intanto, notizia dell'ultim'ora, anche il secondo affresco Fleischman finito al Getty sarà restituito dal museo all'Italia. Si è discusso poi delle direttive istituite dal Getty nel 1987 sulla notifica degli oggetti ai Governi di Paesi con patrimonio archeologico, e di altri pezzi che rientrano tra i capi d'imputazione, una pelike apula a figure rosse, un'anfora del pittore di Dario e una seconda pelike con le armi di Achille del pittore di Gravina. Si alzano molto i toni della discussione: per l'accusa la pelike con le armi di Achille è la stessa citata in una lettera di Hecht a True in cui veniva avvertita che sul pezzo c'erano delle indagini in corso, per la difesa non è provato che si tratti dello stesso oggetto. Prossima udienza il 19 giugno.
STATI UNITI - In diretta il processo True. Puntata n. 24. Valutazioni gonfiate. Il Getty dice di no.
L'udienza del 15 maggio si è svolta con la deposizione del pm Ferri e del teste Daniela Rizzo. La Rizzo ha spiegato perché si sono rivolti all'intermediario Rob Symes per avere un risarcimento sul pezzo risultato rubato, il Diadumeno. La collezione Fleischman è arrivata al Getty in due tempi, con un primo assaggio nel 1992 e un secondo nel 1996. La Rizzo ha contestato la tesi dell'accusa secondo la quale i pezzi della collezione arrivati al Getty per la mostra del 1994 non si sarebbero più mossi dal museo. Ha anche spiegato perché il Getty abbia pagato restauri così complessi per due pezzi che sarebbero tornati dopo la mostra a dei collezionisti privati.
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