L'Egitto rivuole il busto della regina Nefertiti, conservato all'Altes Museum di Berlino. Motivo? È uscito illegalmente dal paese. «Stiamo ancora raccogliendo le informazioni, ma pensiamo di avere materiale a sufficienza per inoltrare una richiesta formale di restituzione dell'opera presso il Museo di Berlino», ha dichiarato ieri alla stampa tedesca Zahi Hawass, responsabile delle antichità egiziane. La prima richiesta di restituzione risale agli anni 30. Silenzio assoluto fino a oggi. Indifferenza o cavillo giuridico? La realtà è che, come ammette lo stesso Hawass, «sembra che non ci siano documenti che provino formalmente che Nefertiti abbia lasciato l'Egitto in modo legale ed eticamente irreprensibile». Anche il governo di Atene di recente si è mobilitato contro il British Museum: oggetto del contendere i Fregi del Partenone, il cui prestito inglese al neonato Museo dell'Acropoli dovrebbe valere il riconoscimento della proprietà britannica sugli stessi fregi. Ogni nazione ha il proprio museo impossibile, fatto di assenze, cià che non possiede più: nel caso migliore venduto, in quello peggiore trafugato. Il destino della regina Nefertiti e dei fregi del Partenone è anche quello di oltre un milione di oggetti trafugati e ricettati e di 25mila opere ritrovate e fotografate, tutti appartenenti al nostro patrimonio archeologico. Numeri illustrati da un libro indagine di Fabio Isman, I predatori dell'arte perduta. Il saccheggio dell'archeologia in italia (Skira, 222 pp. 19 euro): «Ero partito dai materiali venduti legalmente e finiti all'estero. Poi mi è scoppiata in mano questa roba- racconta l'inviato del Messaggero». Si annunciano quindi guerre legali internazionali tra Il Cairo, Atene, Berlino e Londra? Nel campo della restituzione, tutti gli accordi sono extra giudiziali, altrimenti perdi. Per la disciplina americana, non vale neanche la nostra legge sullo Stato proprietario dei beni sotto terra. Sul fronte accordi, molto è stato fatto con i ministri Buttiglione e Rutelli. Le azioni italiane hanno avuto molti effetti, cambiando le procedure. Per esempio la Svizzera non è più, come prima, un porto franco. Devono fare un elenco delle opere in transito, elenco ispezionabile. Inoltre gli antiquari devono fare fatture. Il Getty Museum ha restituito 50 pezzi su 350 pezzi. La pecora nera è la Ny Carlsberg Glyptothek di Copenaghen che non ha restituito nulla. Il saccheggio italiano, la grande razzia, ha una data di inizio? Ovviamente c'è sempre stata un attività di tombaroli ma quando il Moma acquista nel 1972 per un milione di dollari, prezzo record dell'epoca per un reperto archeologico, il cratere di Eufronio, quella che era una normale attività fisiologica di tombaroli, diventa un'industria. I grandi acquisti i musei li fanno dal 70 in poi. Il Getty si accoda e si va avanti così per anni. Verrà fuori roba insospettabile e ritenuta impossibile: il Volto d'avorio, il marmo dipinto del Trapezophoros (IV a.C.), la Triade Capitolina (180 d.C.). Gli anni settanta sono importanti anche perché Andrew Colin Renfrew, archeologo di Cambridge, fissa la regola del 70. I musei devono impegnarsi a non acquistare oggetti la cui provenienza non sia provata, prima del 1970, con un pedigree inappuntabile. Qual è il danno peggiore che porta con sè il trafugamento? I responsabili di questo saccheggio sono assassini della storia. Quando tiri fuori un oggetto, e non sai cosa c'era intorno- iscrizioni, altri oggetti, altri possibili siti vicini - perdi tutta l'identità storica dell'oggetto. I protagonisti di questa razzia sono i tombaroli, poi i trafficanti di zona, poi i grandi trafficanti che passano la palla ai grandi commercianti, non più di dieci. Di lì al museo. Sotto i nostri piedi c'è ancora da scavare, tanto che di Pompei ne conosciamo solo metà. E parliamo di beni appartenenti allo stato, fin dalla legge del 1909. Purtroppo che un oggetto sia tirato fuori di frodo, te ne accorgi solo se quando lo vedi. In molti casi, come gli affreschi della villa pompeiana, nessuno conosce il buco d'ingresso. nessuno sa dire cosa ci fosse vicino. Interi tesori sconosciuti vengono portati alla luce dai tombaroli, ma decontestatulizzati. E le pene? Sono ridicole. Se colto sul fatto un tombarolo rischia fino a tre anni per scavi clandestini, ma dopo 6 anni e mezzo il reato è prescritto. In più altrove i metal detector sono vietati, da noi no. La ricettazione è stato dichiarato un reato non continuato, cioè viene contestato solo all'ultimo possessore mentre il reato dovrebbe esistere nel momento dello scavo così come rimanere con il mercanteggiare. Giacomo Medici, l'unico grande personaggio, condannato a dieci anni, tra un mese a luglio vedrà la sentenza di appello, ma la cassazione potrebbe far cadere il reato in prescrizione. Certo, gli sono stati sequestrati gli oggetti, è stato colpito sul piano patrimoniale. Ma ti accorgi che un reato è stato commesso quando viene in mostra. Gianfranco Becchina, altro mediatore, esponeva gli oggetti dopo 8 anni dal trafugamento. Come si fa allora a dimostrare questo genere di reati? Nel caso di Medici e Becchina, grandi mediatori, grazie a delle polaroid e a delle fatture. Medici e Becchina, sono grandi mediatori. Anche se la polaroid non è ritenuta una foto scientifica, quando nel 1995 si scopre lo show room di Ginevra, ci sono 4mila oggetti e 4mila foto effettuate durante gli scavi. Sono foto di provenienza, non diari di scavo. Utilissimi per creare un database per gli inquirenti. Oggi un grande problema sono le intercettazioni telefoniche: si sono rivelate fondamentali, ed è una iattura non poterle fare più. La maggior parte di questi oggetti sono stati trovati tramite le telefonate. Tombaroli pentiti non ne abbiamo mai incontrati. Spesso si parla di archeocondono, visto che milioni di case degli italiani nascondono un coccetto. Ci sono state molte proposte di legge. L'ultima, firmataria Gabriella Carlucci, chiedeva al possessore - chiunque fosse stato - del reperto un pagamento del valore del 5 dietro autocertificazione che attestasse il possesso in buona fede. Si citava a esempio Edoardo Almagià, come povero possessore, in realtà straindagato e rinviato a giudizio. Con che tipo di personaggi abbiamo a che fare? Uno su tutti, Becchina fu l'antiquario che vendette nel 1982 un Kouros falso al Getty Museum. Zeri era nel cda, insorse contro quell'acquisto milionario e si dimise. Becchina era spiantato, teneva venti decreti per assegni a vuoto. Figlio di bracciante, emigrante in Svizzera, conobbe un'impiegata di un antiquario, mentre lui faceva il facchino d'albergo. Fecero fortuna e così si comprarono il negozio d'antiquario e l'hotel. Con i soldi incassati dal Getty, Becchina compra le terre in Sicilia le terre del padre, a Castelvetrano con vista sui templi di Selinunte. Frau Ursula Juraschek, sua moglie, tiene tutte le ricevute e fatture. Oggi l'archivio cartaceo occupa 4 dvd, lo spazio di sedici film interi. La Grande Razzia è finita? Di sicuro i grandi musei americani non sono più i terminali dei traffici. Si sono dati una regolata. Per esempio, quando il primo agosto del 2007 il Getty ci ha resistuito 39 oggetti, ai fini assicurativi in bilancio ha perso un valore di 300milioni di euro. Geroge Ortiz, il regno dello stagno, boliviano, sta a Ginevra, ha creato un catalogo di 50 oggetti. Ma sappiamo che ha milioni di oggetti e non li ha mai fatti vedere. Esistono 4 minuti di ripresa del suo caveau. Ma non si sa niente altro. Tranne che è stato un acquirente di Becchina. La leggenda del miliardario giapponese cremato con un Van Gogh. la scena finale dell'arca di indiana Jones, chiusa in un magazzino. L'arte trafugata è destinata all'oblio delle vite private? C'è gente che vive nel suo caveau, come Ortiz che ci ha studiato le opere, per poi offrire il catalogo al Moma. Il Miho Museum a Shigaraky in Giappone, costato 750 milioni di dollari, quasi la metà per formarne le collezioni, è aperto dal 1997. Duecentocinquanta opere esposte, su duemila totali, a rotazione. Ma è nato con gli scavi clandestini italiani. L'ereditiera tessile Mihoko Koyama, fondatrice della setta Shumei, voleva creare un museo. Convocò l'unico orientale esperto Ming Pei, creatore della piramide del Louvre, che gli suggerì l'arte occidentale. Poi per le acquisizioni, si affidò al piccolo mercante d'antichità giapponese, Noriyoshi Horiuchi, già conosciuto dalle autorità italiane ed europee...
Il Riformista
16 Giugno 2009
L'arte perduta? Salvata da fatture e scatti di Polaroid
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Stefano Ciavatta
Il Riformista
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