Dopo tre anni di restauro giovedì riapre il contenitore culturale Fra le novità del percorso espositivo anche unarea archeologica Un museo per la città. Cadrebbe in errore chi dovesse pensare che il nuovo museo diocesano di Molfetta sia un contenitore culturale esclusivamente deputato alla fede e alla sua attestazione nei secoli. A rivendicarlo è il progettista del recupero e dellampliamento del contenitore molfettese: Fernando Russo, larchitetto che in Puglia ha curato, fra le molte cose, i restauri della basilica di Galatina e della cattedrale di Otranto. «Per la portata dei suoi tesori - premette Russo - non si può considerare il museo diocesano come una realtà cittadina. Ne va ben oltre, perché i pezzi, dalla Preistoria al Settecento, non sono contestualizzabili soltanto in rapporto a Molfetta». Lo scopriranno i visitatori che, da giovedì prossimo, varcheranno le soglie del monumentale complesso architettonico del seminario vescovile molfettese, un edificio realizzato fra '700 e '800 che custodisce tra le sue mura migliaia di anni di storia. Ad accogliere il pubblico del museo diocesano sarà una novità hi tech: nella moderna sala multimediale, la visita sarà preceduta dalla visione di un breve documentario che, nellintrodurre alla scoperta dei tesori custoditi nello stesso museo, si preoccupa di metterli in relazione con i beni conservati nel resto della Puglia e dItalia. Non solo. «Da questa sala, nellimmediato futuro - anticipa Russo - sarà possibile effettuare, attraverso postazioni informatiche ad hoc, delle visite a distanza ai musei diocesani della Puglia, innanzitutto quelli di Bari e Bitonto, Otranto poi e larcheologico di Taranto». Oltre il virtuale, intanto, la riscoperta del museo di Molfetta, chiuso al pubblico nellultimo triennio. In origine disposto soltanto al pianterreno, il nuovo percorso espositivo si snoda su tre livelli con un ampliamento dunque dei pezzi in vetrina. La visita parte, curiosamente, con una sezione archeologica dove nelle teche si potranno scoprire reperti provenienti dallarea del Pulo di Molfetta e risalenti anche al Neolitico, ma pure vasi peuceti e ceramiche di età ellenistica. Un tuffo indietro nel passato che precede lingresso negli ambienti del museo diocesano vero e proprio, passando per una galleria di paramenti sacri di particolare pregio per la loro manifattura che spaziano dal '500 all800. Quindi il lapidarium con i reperti e frammenti di sculture di età romanica che arrivano dal duomo di Molfetta e, in tema di scultura lignea, unintera sala dedicata alla devozione popolare testimoniata dalle statue settecentesche usate per i Misteri. Di là altri ambienti dedicati alla statuaria e ai reliquiari religiosi, nonché una sezione dedicata alle sculture devozionali di scuola napoletana e leccese, realizzate in legno e cartapesta. Fin qui il pianterreno. Perché fra le novità del museo diocesano cè lapertura al pubblico della biblioteca del seminario: uno scrigno che custodisce un prezioso fondo di manoscritti, oltre 47mila volumi dal Trecento ai giorni nostri. «Un patrimonio prima invisibile - chiarisce larchitetto - che siamo riusciti a musealizzare. Allinterno della biblioteca ottocentesca, che già sorprende lo sguardo per la bellezza dei suoi affreschi, abbiamo realizzato degli spazi espositivi con una serie di teche che mettono in evidenza alcuni fra i pezzi più preziosi, dal Libro Rosso, manoscritto in cui sono testimoniate alcune vicende della città dalla fine del '400 in avanti, ad alcuni importanti incunaboli». Dulcis in fundo, al secondo piano, lo spazio, di nuovo allestimento, riservato alla pinacoteca che, fra le sue stanze, ne dedica una a Corrado Giaquinto e alla sua scuola: in esposizione anche il San Nicola Pellegrino, oltre a due tele di particolare pregio come la Dormitio Virginis, attribuita a Cardisco, e la Pietà di Cavallino. A margine una sezione dedicata allarte contemporanea, resa possibile grazie a una donazione di alcune opere dello scultore Vito Zaza. Nel mezzo la sala del tesoro dove, per la prima volta, sarà esposta al pubblico una cassetta eburnea intarsiata in legno e avorio, di manifattura bizantina, datata fra il X e il XI secolo. «Un unicum se consideriamo - conclude Russo - che, al mondo, se ne possono contare non più di cinque».