Parafrasando Ugo Foscolo si può ripetere, riferendosi ai sopravvissuti al terremoto dellAquila, che se subito dopo il crollo, portavano "sul volto il pallor della morte e la speranza", a due mesi dallevento, mentre il pallore per fortuna è scomparso, la speranza di una rapida e completa ricostruzione si è, per contro, affievolita. Non che il governo, la Protezione civile, il Parlamento non si siano dati da fare per sopperire alle necessità immediate e rassicurare sul futuro, ma resta il fatto che non possono venire stanziati per carenza di liquidità, finanziamenti che assicurino un totale ripristino a carico dello Stato. Per mascherare questa realtà il governo ha evitato di fornire un bilancio, sia pure sommario, dellammontare globale del danno. O meglio, almeno secondo una notizia da fonte bene informata, venuto a sapere che Bruxelles era disposta a darci il 5 del danno globale ma che, daltra parte, lUe aveva disponibili per noi solo 500 milioni, Bertolaso, pur di incassarli, avrebbe buttato lì un totale-danni di 10 miliardi. Una cifra evidentemente sotto stimata. Basti ricordare che per i danni del terremoto del 1997 nelle Marche e nellUmbria, valutati pari ad un quarto di quelli aquilani, si sono finora spesi 7 miliardi. Unita alle difficoltà del bilancio la nebbia sulle dimensioni reali del disastro tellurico abruzzese spiega lincertezza degli impegni, i distinguo che impauriscono i richiedenti, le proposte che non rassicurano. Oggi approda in Aula a Montecitorio, dopo essere stato approvato al Senato (con lastensione dellopposizione), il disegno di legge sulla ricostruzione. Può anche essere che gli allarmi di chi comincia a temere che la città storica rimanga per anni una silenziosa e abbandonata rovina, si rivelino esagerati. Questi, però, quanto meno, meritano una risposta chiara e convincente. Mi riferisco, per fare un esempio, a quanto afferma Rossella Graziani, una delle animatrici del Comitato "LAquila, un centro storico da salvare", la quale mi scrive: "Mentre scorrevo gli articoli della legge in discussione, mi è venuta in mente una storia spesso ripetutami da mio zio. Egli raccontava che quando chiedeva soldi al padre, capitava che questi annuisse e prendesse a mimare il gesto di chi dà del denaro, contandolo. Quindi, rivolgendosi al figlio, deluso e stupito, domandava: 'ti bastano?. Allo stesso modo il governo dice, indicando soldi che non ci sono". Storielle a parte, molti lettori aquilani mi subissano di richieste di chiarimento. Elenco sommariamente alcuni punti dolenti, sperando che alla Camera vengano chiariti. Concernono, ad esempio, il fatto che tutti i provvedimenti relativi alla ricostruzione riguardano solo le persone fisiche residenti, le imprese operanti e gli enti aventi sede nei territori del cosiddetto cratere sismico. Dunque chi è residente in uno dei comuni colpiti ma ha un immobile in altro comune del cratere, non ha diritto ad alcuna sovvenzione. Meno che mai si ha diritto ad alcunché se si possiede una casa nella zona terremotata ma si risiede altrove. Infine per gli immobili vincolati dalla Soprintendenza ma di proprietà privata, la legge prevede un finanziamento pubblico commisurato alla situazione economica del proprietario, il che sembra significare che perfino per le dimore storiche del centro urbano (che sono 320), si provvederà solo col contributo, non ben specificato, dei proprietari, quasi tutti oggi impoveriti. Queste ed altre doglianze hanno una origine ben precisa che viene taciuta: la mancanza in un periodo di crisi di fondi disponibili sufficienti nel bilancio ordinario dello Stato. Per cui o si ricorre ad una addizionale straordinaria o ad altri introiti fiscali reperiti ad hoc oppure la ricostruzione andrà avanti a metà e si trascinerà negli anni. Destra e sinistra non hanno il coraggio di aprire questo discorso. Ma non ve ne è un altro di ricambio.