In piu occasioni e, da ultimo, nell'intervista rilasciata ad Avvenimenti, dal professor Salvatore Settis viene mossa ai governi dell'Ulivo la critica di avere in qualche modo scoperchiato "il vaso di Pandora" e di aver aperto il varco ai nefasti provvedimenti in materia di beni culturali varati da questo governo. Per controbattere a questa accuse sbagliata è necessario porre alcune premesse. Con il nuovo codice dei beni culturali, che rappresenta il punto finale di un percorso molto coerente di smantellamento delle politiche culturali avviato dal governo Berlusconi, si è prodotto uno strappo nella civiltà giuridica e costituzionaie del nostro paese molto pericoloso. E un altrettanto pericoloso arretramento della disciplina a tutela dei beni artistici e del paesaggio. Quella italiana è una civiltà giuridica che aveva visto decenni di legislazione coerente anche in presenza di regimi politici o costituzionali estremamente diversi: la monarchia, il fascismo ed, infine, la Repubblica che ha cristallizzato 1'idea della tutela come dovere della nazione e del patrimonio storico-artistico come ricchezza di tutti dedicandogli un articolo, 1'articolo 9, di bellezza impareggiabile. Il patrimonio storico artistico va tutelato, spiega quel1'articolo, perché appartiene alla collettività e perché della collettività riflette storia ed identità. Questo principio di sovraordinazione della tutela su ogni altro tipo di valutazione ha ispirato decenni di legislazione, dalle leggi Bottai a quella istitutiva del ministero nel 1975, alla sua riforma del 1998 passando per la legge Galasso del 1985. Oggi, invece, accade il contrario. Il principio cardine di tutti provvedimenti del governo Berluseoni è la prevalenza di una visione mercantile del patrimonio culturale visto come manomorta da liquidare per fare cassa e la riduzione conseguente degli spazi e dei protagonisti della tutela ad un ruolo ancillare e pressochè inutile, Con 1'ultima finanziaria, per arrivare alla prima critica che da sempre il professor Settis muove alla sottoscritta ed al ministro Veltroni, si è introdotta la tagliola del silenzio assenso per la vendita del patrimonio storico artistico. Il principio di partenza è che tutto è alienabile. Se nello spazio di 30 giorni dalla richiesta dell'Agenzia del Demanio di valutare il pregio storico artistico di un bene (Urbani può continuare a dire che sono 120, chiedete a qualunque sovrintendente e vi dirà che lui di giorni effettivi a disposizione ne avrà solo 30) la sovrintendenza non si pronun-cerà, il bene verrà considerato privo del valore storico artistico, potrà essere sdemanializzato e di conseguenza venduto. Così facendo si ridicolizza il ruolo delle Sovrintendenze e si aprono i cancelli della più grande svendita del patrimonio. Addio bene. Addio tutela. In senso totalmente opposto, il Regolamento 283 del 2000, che su questi temi emanò il governo dell'Ulivo, partiva dal principio che tali beni sono inalienabili salvo casi specifici, disciplinati in maniera rigorosa. Veniva stabilito che esistevano tre categorie di beni: quelli inalienabili per legge (aree ar-cheologiche, monumenti nazionali eccetera), quelli il cui titolo di proprietà poteva essere trasferito solo a condizione che il privato accettasse alcuni obblighi relativamente alla conservazione, mantenimento ed fruizione al pubblico, obblighi il cui mancato rispetto comportava la rescissione del contratto ed il ritorno del bene in mano pubblica ed, infine, beni dalle sovrintendenze va-lutati a loro discrezionale giudizio non aventi valore storico artistico (penso al demanio militare) Si stabiliva che andavano prima redatti elenchi di tutti i beni e che il giudizio sull'inserimento dei beni in una delle tre categorie era di esclusiva competenza delle Soprintendenze territoriali (cui erano state nel frattempo affiancate le Soprintendenze regionali) senza far gravare su di loro alcun vincolo di tempo. A prova ulteriore di quanto dice, ricordo che il Regolamento 283 del 2000 venne scritto da una Commissione in cui sedevano le associazioni di tutela ed approvato con il loro apporto e consenso. Tutela certa, ministero dei Beni Culturali protagonista, Tutta un'altra storia, dunque. Settis sostiene che alla recente introduzione del silenzio-assenso ed al conseguente ingolfamento di pratiche burocratiche fa riscontro una carenza dì personale delle Soprintendenze tale da rendere impensabile che esse si pronuncino nei termini previsti. Assolutamente vero. Ed aggiunge: «Negli anni del centrosinistra sono state assunte 300 persone». Questo non è vero. Con un concorso del 1998, concluso nel 2000, il ministero ha assunto, per la prima volta dopo 20 anni, circa 600 persone, Di queste il 70 per cento erano archeologi, architetti, ingegneri, storici dell'arte ed il restante 30 per cento personale amministrativo, Erano destinate a rimpolpa-re gli organici delle Sovrintendenze per aiutarle nell'opera di ripresa dì restauri che era stata avviata in quegli anni anche grazie all'afflusso di nuove ed ingenti risorse pubbliche, È vero, un numero di assunzioni non ancora sufficiente ma niente a che vedere con l'allarme rosso attuale che vede da un lato bloccate le assunzioni e dall'altro moltiplicate le incombenze a carico del ministero, Tutte risorse umane impegnate nelle Sovrintendenze a correre appresso alle carte da mandare al ministero dell'Economia e sottratte ai compiti della salvaguardia del patrimonio, attività che oggi peraltro risulta del tutto paralizzata a causa del taglio dei fondi. Era in un quadro di lenta ma progressiva espansione delle risorse da dedicare alla tutela e valorizzazione dei beni culturali che era stata anche concepita la costituzione delle Sovrintendenze Speciali in alcuni contesti come Venezia, Firenze o l'Archeologia Romana. Per dare maggiore autonomia e maggior forza, Non certo per scindere la tutela dei beni custoditi in quei musei dal territorio circostante, ma al contrario per liberare nuove risorse da destinare ad un patrimonio sconfinato la cui tutela era stata, talvolta, un po' trascurata, Critica poi Settis la moltiplicazione dei ruoli dirigenziali del ministero voluta da Urbani (ben 15!) criticando però nel contempo «l'aumento da 4 a 9» che sarebbe stato ope-rato dalla riforma del ministero del 1998, Premesso che prima della riforma i ruoli dirigenziali erano 6 e non 4, l'aumento a 9 previsto dalla riforma del 1998 era sostanzialmente conseguenza dell'attribuzione di nuovi compiti al ministero in materia di spettacolo e vigilanza sullo sport. Delle critiche mosse dal professor Settis alla gestione delie politiche culturali da parte dei governo dell'Ulivo c'è un solo aspetto su cui concordo parzialmente; la riforma del tìtolo quinto della Costituzione approvata dall'Ulivo non ha chiarito a fondo, come era nelle premesse e come sarebbe stato doveroso, il tema della attribuzione di competenze alle Regioni. Tutela e valorizzazione sono la faccia della stessa medaglia; una separazione meccanica dei due aspetti non giova, lo vediamo dalle difficoltà che si sono create in fase di applicazione, né alla tutela né alla valorizzazione. La realtà italiana e delle diverse regioni è troppo disomogenea e forse è più corretto ragionare su esperienze pilota di conferimento dì attribuzioni a Regioni in grado dì dimostrare di essere in grado di gestirle. E allo stesso tempo mantenere fermamente salda nella titolarità dello Stato la potestà che pur nella differenziazione, vi siano standard posti dallo Stato relativi e validi ovunque. Da questo punto di vista mi sembra che anche l'articolo 4 del nuovo codice non sia sufficiente a chiarire e a dare certezze sulla preminenza della tutela. In Italia dunque, in questo concordo con Settis, da sempre è stato difficile far valere le ragioni delle polìtiche culturali rispetto alle scelte dei governi, troppo spesso poco rispettose. Ma non tutti i governi sì sono comportati allo stesso modo; nei governi dell'Ulivo i ministri competenti hanno combattuto per far crescere rango, risorse e dignità per l'attività di tutela del nostro patrimonio. Nel governo Berluseoni, il ministro dei Beni culturali, di cui il professor Settis malgrado le crìtiche continua ad essere ascoltato consulente, si è arreso ed è stato sconfitto. In continuazione.